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“La forma
dell’acqua”
di A. Camilleri
Cosa racconta. Diciamo la
verità: se non fosse stato per il Costanzo Show, per la casa editrice
Sellerio (la Mondadori è venuta dopo), per la Rai, per la satira, di
Camilleri non ce ne saremmo accorti. In questo cammino televisivo l’esordiente
Camilleri dopo tanti passaggi elaborati in tutte le salse è arrivato
finalmente al “giro di boa” insieme al suo personaggio romanzesco,
come a simboleggiare il riconoscimento di un romanzo popolare e
festeggiare la nomina di Cavaliere della Repubblica (dell’interprete
televisivo del suo personaggio) e la nomina di
Grande Ufficiale della Repubblica dello scrittore stesso.
Ultima
fatica di Camilleri e un’altra avventura di quel commissario Montalbano
che anche questa volta non è riuscito ad estraniarsi dagli ultimi
avvenimenti della realtà italiana.
Ma
il primo romanzo? Chi lo conosce? Di cosa parla? Di quali avvenimenti
italiani racconta? Qual è la “forma dell’acqua”? E’ quella del
recipiente che la contiene, e cioè la forma della corruzione, dei soldi
(veri) e della politica (falsa), del sesso, di insospettabili rapporti e
omicidi, della droga, dell’amore (poco) e delle tangenti (tante), del
potere (personale) e anche la forma dell’omosessualità
(insospettabile).
L’acqua
assume tutte queste forme: è il contenuto di ogni recipiente che pervade,
poi, tutta l’opera dello scrittore, la cui bravura ancora una volta ci
dimostra come è facile e distensivo raccontare, con un racconto
poliziesco, i fatti pensando all’attualità. E per questo primo romanzo
lo scenario è quello della prima repubblica e inizio della seconda, del
primo omicidio della seconda che riguarda i fatti della prima; il movente
è sempre lo stesso; il romanzo ci porta indietro all’Italia di quegli
anni con le difficoltà e i fatti della transizione politica, della
Sicilia, della mafia e dell’Italia delle tangenti.
Il
romanzo non è politico, è sorprendentemente un romanzo coraggioso, come
il protagonista. E’ l’inizio di una nuova avventura letteraria, è
l’inizio della scoperta di un nuovo genere letterario made
in Italy che nell’ultimo periodo è stato influenzato dalle fiction
televisive: non fatevi influenzare, considerate sempre che la casa madre
dei romanzi è la Sellerio (e principalmente la collana ‘Memoria’
ideata da L. Sciascia) e considerate che i libri sono da
tasca economicamente accessibili e facilmente leggibili.
P.S.
Il dialetto di alcuni passaggi è facilmente comprensibile.
P.S.2:
Oltre al riconoscimento all’autore e al protagonista televisivo, c’è
anche un riconoscimento al romanzo: Miglior romanzo straniero al "Prix
Mystère de la Critique" 1999, Meilleur
roman étranger
Come inizia. Lume d’alba
non filtrava nel cortiglio della “Splendor”, la società che aveva in
appalto la nettezza urbana di Vigàta, una nuvolaglia bassa e densa
cummigliava completamente il cielo come se fosse stato tirato un telone
grigio da cornicione a cornicione, foglia non si contaminava, il vento di
scirocco tardava ad arrisbigliarsi del suo sonno piombigno, già si
faticava a scangiare parole. Il caposquadra, prima di assegnare i posti,
comunicò che per quel giorno, e altri a venire, Peppe Schèmmari e
Caluzzo Brucculeri sarebbero stati assenti ingiustificati. Più che
giustificata infatti l’assenza: i due erano stati arrestati la sera
avanti mentre tentavano di rapinare il supermercato, armi alla mano.
Le coordinate. Andrea
Camilleri, La forma dell’acqua, Sellerio editore Palermo, Collana la Memoria
n° 303, 1994, pp. 171, Euro 8,00 (circa).
Andrea
Camilleri, Il giro di boa, Sellerio editore Palermo, Collana la Memoria, 2003,
pp. 220, Euro 10,00.
L’orologio
di Maria Antonietta
di
Allen Kurzweil
Cosa racconta.
Poche
e misurate parole per descrivere il libro ed invogliarvi alla lettura,
partendo innanzitutto dal giudizio scritto sulla copertina: “Ingegnoso,
erudito, meravigliosamente irriverente”.
Ingegnoso lo definirei perché è scritto
con un carattere diverso dal solito e del tutto nuovo. Attraverso questo
romanzo si ritorna alle origini antiche dell’antico sapere: il libro e
le biblioteche, attraverso un labirinto di ricerche e conoscenze che vi
coinvolgeranno nel percorso della lettura. Sapevate “che fu Melvil a
sviluppare l’idea della biblioteca itinerante? Probabilmente ha fatto più
lui per la divulgazione della cultura che Bill Gates”, affermazione
molto forte per i nostri tempi, scritta a pagina 95, ma che risulterà
vera nel corso della lettura.
Per ritrovare il
carattere dell’antichità ‘il libro è scritto nel carattere Goudy
Modern, il trentacinquesimo dei 123 caratteri creati dal suo prolifico
omonimo, Frederic W. Goudy (1865 – 1947)’. Riuscite a trovare questo
carattere nel vostro foglio Word creato da Bill Gates? Per rimanere fedele
al testo ho scritto la recensione con un carattere quasi simile. Il
carattere con cui è scritto il libro rispecchia molto la sua storia in
quanto è ‘generoso’, ‘aperto’ e ‘di singolare bellezza’.
Euridito perché attraverso i vari
nascondigli della biblioteca (dove è nascosta la verità e la saggezza)
si passa attraverso un viaggio culturale che spazia dall’America a
Gerusalemme, dai semplici libri agli automatismi ingegnosi ed automatici
(di orologi ed oggetti vari), dalla voglia di scoprire alla lotta per la
verità.
Il racconto non
è altro che un viaggio di un appassionato bibliotecario per la ricerca
dell’orologio da tasca della famosa regina (quella della famosa frase
“Se non hanno il pane, che mangino briochies”! ricordate?) per un
uomo, il bibliofilo, che fa di tutto ed è disposto a tutto pur di averlo,
semplicemente per completare la sua voglia di ricerca rappresentata da uno
scomparto vuoto della sua scatola dell’inventore.
Meravigliosamente irriverente perché
è un thriller filosofico ed avvincente, una lettura leggera e
affascinante allo stesso tempo, che vi riscoprirà appassionati di nuovi
orizzonti e di nuove curiosità.
Non scrivo altro
perché già le prime tre pagine della introduzione sono un invito sano
alla lettura con citazioni a luoghi familiari e conosciuti ed a scrittori
sicuramente letti (da cui anche questa semplice rubrica prende spunto).
‘Il libro che avrete fra le mani è stato concepito esattamente dieci
anni fa a un tavolo di legno sotto un albero di fico in un giardino
italiano…fu lì, in un piccolo castello preso in affitto, crocevia di
numerosi destini, che delineai la storia di un bibliofilo e di un
bibliotecario, e della loro ricerca di un orologio da tasca rubato.’:
inizia così la prefazione e dopo averla letta tutta sicuramente il libro
è già vostro.
Il libro è
stato concepito ‘in modo che il racconto finisse a pagina 360’, a
dimostrazione della circolarità del sapere, che viaggia linearmente,
intervallato solo da colpi di scena, dalla prima all’ultima pagina del
libro. All’ultima pagina il cerchio si chiude, ma continuerà sempre il
suo corso, come la storia.
Come inizia.
La ricerca ebbe inizio con una scheda di consultazione e una domanda
garbata da parte di un uomo elegante.
“Mi scusi”,
disse l’uomo, chinando leggermente il capo. “Posso rubarle un attimo
di tempo?”.
Posò la scheda
sul bancone e la girò in modo che i caratteri fossero rivolti verso di
me. Se non fosse bastata quell’insolita cortesia ad attrarre la mia
attenzione, c’era anche la questione della sua grafia – una scrittura
magnifica, all’antica, tracciata con baldanzose ascendenti e tratti
finali slanciati – e il titolo del libro richiesto. Scomparti
segreti nei mobili del diciottesimo secolo fu un richiamo
irresistibile per la mia passione per i nascondigli.
“Vediamo cosa
possiamo fare per lei, signor…” Ricontrollai la parte inferiore della
scheda, prima di pronunciare il suo improbabile nome letterario. “Henry
James Jesson III”.
Lo indirizzai al
sistema di inoltro pneumatico delle schede, ma la sua curiosità ebbe il
sopravvento, e così chiamai il responsabile del magazzino chiedendogli di
accelerare la ricerca. Con ulteriore strappo alla regola, oltrepassai il
cancelletto e andai a piazzarmi accanto al montacarichi, dove rimasi ad
attendere che il volume arrivasse.
Le coordinate.
Allen Kurzweil, “L’orologio di
Maria Antonietta”, Romanzo Bompiani, Narratori Stranieri Bompiani,
pp. 360, Euro 17,00.
Dello
stesso autore presso Bompiani, La
scatola dell’inventore (1992).
Il
sentiero dei nidi di ragno di Italo
Calvino

“Il
sentiero dei nidi di ragno” è stato il primo della lunga serie dei
libri scritti da I. Calvino, ma certamente non da meno agli altri per lo
stile inconfondibile dell’autore.
Questa
straordinaria opera è ambientata in una cittadina di mare, Riviera di
Ponente, durante il periodo fascista e, principalmente, durante i
coprifuochi.
Il
romanzo si apre con la descrizione della vita quotidiana nel paesino del
protagonista, Pin, un ragazzino già troppo grande per la sua età,
fratello di una prostituta, ma che, soprattutto, non ha amici della sua
età e, per questo, passa le sue giornate tra l’osteria e la bottega di
Pietromagro a cantare ed insultare i “grandi”, padroni di un mondo a
lui sconosciuto ed incomprensibile, di cui vorrebbe far parte, ma non
può, sino a che questi non si stufano e lo pigliano a calci.
Non
riesce a capire la loro fissazione per le donne, ma è ugualmente
affascinato e spaventato da quest’universo da cui è tagliato fuori;
vorrebbe trovare un vero amico, ma gli unici che ha sono i grandi e, pur
essendo solo un bambino, comprende che, anche se scherzano con lui, non
sono veri amici, e perciò non gli parla di un luogo che solo lui conosce:
il posto dove fanno il nido i ragni.
Pin
viene arrestato per il furto della pistola ad un tedesco che stava con sua
sorella, e in prigione rivede Pietromagro, che è molto malato, e conosce
il famigerato Lupo Rosso, un partigiano, con il quale evade.
Pin,
lasciato solo dal compagno, incontra il Cugino, anche lui rivoluzionario,
che lo porta con sé sui monti tra un gruppo di compagni antifascisti,
dove si ambienta e s’inserisce subito, ma non partecipa con gli altri
alle battaglie, poiché è ancora troppo piccolo perché lo faccia.
Qui
ha la possibilità di scoprire che il mondo è ben diverso da come gli era
sembrato sino a quel momento nel suo paese e che nella vita c’è qualcos’altro
al di fuori dell’essere adulto: la voglia d’essere libero.
Poi
un giorno scappa per una discussione col Dritto, capo del distaccamento, e
torna nel posto dove fanno il nido i ragni per ritrovare la sua pistola
rubata al tedesco, ma, non trovandola, decide di andare dalla sorella e
scopre che ce l' ha lei, perché Pelle, un traditore ex partigiano, gliel’
ha data.
Egli, allora, se la riprende e scappa via.
La
notte, mentre cammina per le campagne, incontra il Cugino al quale decide
di far vedere il posto dove fanno i nidi i ragni, mettendo fine alla
sua disperata ricerca di un amico che meritasse di conoscere quel luogo
magico.
Il
libro si conclude lasciando a chi lo legge la strana e piacevole
sensazione di aver vissuto il racconto al posto di Pin, questo ragazzino
così petulante e maligno, ma che, in fondo, cerca solo un po’ di
tenerezza e di bontà.
Ogni
volta che leggo un romanzo di quest’autore, rimango colpito dal
particolare modo che ha di scrivere, trasmettendo le emozioni in una
maniera solo sua.
Consiglio
a tutti gli amanti della lettura di leggere questo libro per le
peculiarità molto ricercate dell’autore, e per i piaceri che solo egli
riesce a dare.
Luca
De Matteis, Martignano li 10-12-2002
Novecento
di Alessandro Baricco

Cosa racconta.Il libro
racchiude la storia molto semplice, raccontata dall'amico suonatore di
tromba, di un pianista nato, abbandonato e vissuto sul transatlantico
Virginian, che per più di mezzo secolo faceva la spola nelle acque
dell’Oceano Atlantico tra America ed Europa, negli anni tra le due
guerre con il suo carico di miliardari, di emigranti e di gente comune in
cerca di fortuna nel nuovo mondo. Non dirò il nome del protagonista,
anche perché è più lungo il suo nome dell’intero romanzo, ma mi
limiterò a scrivere di come tale protagonista abbia emozionato tanti
volti pur non essendo mai approdato su alcuna terra.
Nascere
in un posto vuol dire anche circondarsi dei suoi elementi naturali: ebbene
gli elementi naturali di tale romanzo sono il transatlantico, il mare e la
musica. Per più di trent’anni lo stesso piroscafo, per più di
trent’anni la stessa ‘acqua’ sotto i piedi e lo stesso piano da far
suonare e vibrare, ma le stesse facce mai: per più di trent’anni volti
ed espressioni differenti, espressioni dove traspare il destino negli
occhi, destino addolcito, almeno per il tempo del viaggio, dalla sua musica inventata dalla fantasia viaggiante sulle onde
dell’oceano.
Dimenticatevi
il film che Tornatore ha tratto da questo romanzo e concentratevi sul
libro e sulla musica trasmessa da ogni pagina che leggete, anche perché
ci metterete meno a leggere il libro che ad aspettare la conclusione del
film.
La
storia continua sempre con la stesso ritmo e sullo stesso pentagramma,
intervallata da momenti significativi che segnano il carattere e il
percorso del giovane pianista. Finché un giorno tale musica decide di
trasmettere un altro tipo di suono e il quadro che avete sempre visto nello stesso posto all’improvviso
decide di cadere.
Così a soli 32 anni il protagonista decide di scendere dalla nave.
Perché? Perché ha voglia di vedere il mare….Accade anche che tra la
nave e la terra c’è una immensa scala, quella famosa linea
d’ombra dell’età giovanile, in cui si rimane sospesi a decidere
se continuare a scendere o a risalire. Ad ognuno di noi è capitato tale
momento: si tratta solo di
scegliere la cosa più giusta. Il protagonista, sospeso sul primo, poi sul
secondo e poi sul terzo gradino, decide di risalire e di rimanere sulla
nave fino alla fine. Perché? “Non è quello che vidi che mi fermò.
E’ quello che non vidi…lo
cercai ma non c’era…c’era tutto. Ma non c’era una fine.” Ed in
questo ripensamento la musica prosegue il suo percorso naturale nuovamente
negli anfratti della nave e ora anche sulle pagine del vostro libro…
Come
inizia. “Succede
sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. E’ una
cosa difficile da capire. Voglio dire…ci stavamo in più di mille su
quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi…
Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva.
Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente sul
ponte… magari era lì che stava aggiustando i pantaloni…alzava la
testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si
inchiodava lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte
le maledette volte, giuro, sempre, si girava
verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano
e lentamente): l’America.”
Le
coordinate.Alessandro
Baricco, Novecento, Universale Economica Feltrinelli, pp. 98, Euro 4.50.
Antonio
Chironi, Milano settembre 2002
Il giorno della
civetta di Leonardo Sciascia
Cosa racconta. “Il
giorno della civetta” viene considerato, dai maggiori esperti di
letteratura italiana, il capolavoro dello scrittore siciliano Leonardo
Sciascia. Il tema centrale del libro è, come in tutte le maggiori opere
di quest’autore, il problema della mafia in Sicilia.
Il
racconto ha inizio con l’omicidio di un uomo, Salvatore Colasberna,
vicino alla fermata del bus. Dalla prima reazione avuta dal bigliettaio
dell’autobus che, invece di aiutare l’uomo, bestemmia; da quella del
panellaro che dice alla polizia di non aver sentito nessuno sparo e dal
comportamento dei viaggiatori che, prima dell’arrivo dei carabinieri,
scendono dal bus e scappano via si comprende qual è il clima in cui la
gente vive: l’omertà.
È
proprio di questo che si parla nel libro, dell’indifferenza della gente
che ha paura, che preferisce farsi i fatti suoi piuttosto che collaborare
per una giustizia che per loro non esiste, perché ognuno si fa
“giustizia da sé” a partire dagli stessi poliziotti.
In
realtà questo romanzo non è altro che una denuncia che l’autore fa
sottoforma di un normalissimo racconto poliziesco.
Le
pagine che mi hanno più colpito sono, a mio avviso,
tra le più dure; sono quelle in cui è descritta una telefonata.
In quelle righe è espressa tutta la corruzione presente tra le
istituzioni. Basta pensare che l’uomo che risponde al telefono parla
facendo inchini e riverenze facendo capire di aver molta paura di colui
che è dall’altra parte. Dalle parole dette durante la conversazione
risulta chiaro l’odio che i politici covano verso il capitano Bellodi,
che è l’unico che cerca di far giustizia, e cercano in tutti i modi di
farlo andar via.
Tra
i personaggi del romanzo quello che apprezzo di più è, senza ombra di
dubbio, Bellodi. Il capitano dei Carabinieri è diverso da tutti gli altri
poliziotti: non ha paura, segue le sue idee e fa bene il suo mestiere.
Originario di Parma, serve la legge con una devozione ammirevole mettendo
al primo posto la giustizia, non si lascia condizionare dagli altri, cerca
di ridar fiducia nella legge a
quella povera gente che da tempo l’ha persa. In alcune righe si
dice fosse destinato a diventar avvocato, ma che non lascerà il suo
mestiere, perché, col passare del tempo, è divento sempre più difficile
e quindi più emozionante. Ammiro Bellodi perché è un uomo forte e
deciso e credo che, oggi come oggi, come lui ce ne siano pochi anche nei
racconti quindi lo vedo come un esempio da seguire.
Il
romanzo di Sciascia è un incrocio di delitti intrigati i cui colpevoli
non sono puniti, perché è la stessa legge che, nel momento in cui
Bellodi è vicino alla soluzione dei casi, chiama il capitano come
testimone in un processo a Bologna.
La
parte più bella del romanzo, secondo me, sta proprio nel finale; Bellodi,
arrivato nella sua Parma, rincontra un suo vecchio amico e poi delle donne
e non vuol più pensare alla Sicilia che lo aveva fatto impazzire per
risolvere i casi di cui si occupava e che, in sua assenza, aveva buttato
all’aria tutto il lavoro fatto. I suoi amici, però, vogliono sapere
tutto di quella terra incredibile e il capitano capisce di amare la
Sicilia e di non poterne più fare a meno.
Da
queste ultime righe si comprende tutto l’amore che Leonardo Sciascia ha
per la sua terra così strana per chi non ci vive; nella nota l’autore
spiega, poi, cos’è, per lui, la mafia: “una borghesia parassitaria,
una borghesia che non imprende ma sfrutta”.
Con
queste poche e semplici parole sono riuscita a capire cosa si
intende realmente quando si parla di mafia e corruzione.
Consiglio
la lettura di questo romanzo a tutti poiché non ha un linguaggio molto
ricercato e si possono capire facilmente i veri problemi presenti in
Sicilia e credo che sia proprio questo quello che
lo scrittore voleva trasmettere ai suoi lettori.
(con la collaborazione di Enrica De Matteis)
Come inizia. L’autobus
stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La
piazza era silenziosa nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai
campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del
venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il
bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con rumore di
sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza,
colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse
all’autista “un momento” e aprì lo sportello mentre l’autobus
ancora non si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito
di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo
sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la
cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.
Le
coordinate.
Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, gli Adelphi, pp. 137, Euro 7,00.
Antonio
Chironi, Milano ottobre 2002
Le
braci di
Sandor Màrai

Cosa racconta. “Ormai
non ci resta molto da vivere” dice di punto in bianco il generale, come
se tirasse le somme di una discussione svoltasi in silenzio. “Un anno o
due, forse anche meno. Non ci resta più molto da vivere, perché sei
tornato. Lo sai bene anche tu. Hai avuto tempo per riflettere su queste
cose, ai Tropici, e poi nella tua casa nei dintorni di Londra. Quarantun
anni sono un tempo molto lungo. Ci hai riflettuto bene, non è vero?… Ma
poi sei tornato, perché non potevi fare diversamente. E sapevamo entrambi
che ci saremmo incontrati ancora una volta, e che poi sarebbe stata la
fine. Della vita, e naturalmente di tutto ciò che ha dato un senso alle
nostre vite e le ha mantenute in tensione fino in questo momento. Perché
un segreto come quello che esiste fra te e me possiede una forza
singolare. Una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione
maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in
tensione. Ti costringe a vivere… L’uomo vive finché ha qualcosa da
fare su questa terra. Ti dirò quali sono state le mie esperienze nei
quarantun anni che ho trascorso qui da solo in mezzo alla foresta, mentre
tu vivevi ai Tropici e andavi in giro per il mondo. Anche la solitudine è
un fatto abbastanza singolare… a volte è simile ad una giungla, piena
di pericoli e di sorprese. La conosco in tutte le sue forme. La noia che
cerchi invano di scacciare mediante un sistema di vita costruito ad arte.
E poi le crisi improvvise. Si, anche la solitudine è misteriosa come la
giungla” ripete con ostinazione. “Un uomo vive secondo un ordine
rigoroso, finché un giorno perde la testa e spacca tutto. Come i tuoi
malesi.(…) Ma la cosa peggiore è soffocare in sé le passioni che la
solitudine gli ha accumulato dentro. Chi fa così non fugge da nessuna
parte, non ammazza nessuno. Allora cosa fa? Vive, aspetta, mantiene
l’ordine della sua esistenza. Vive come un monaco, però segue una
strana regola laica, anzi pagana… Ma per un monaco è tutto più
semplice perché crede in qualcosa. L’uomo in questione, che ha
consegnato la sua anima e il suo destino alla solitudine non crede in
niente. Aspetta e basta. (…) Si prepara a tale momento per dieci o per
quarant’anni, diciamo pure, per l’esattezza, per quarantun anni, così
come ci si prepara ad un duello. Sistema tutte le sue faccende per non
restare in debito con nessuno casomai dovesse perire nello scontro. E si
allena tutti i giorni, come fanno gli spadaccini di professione. In che
modo si allena? Mediante i ricordi, (…). Giacché nella sua vita si
aspetta un duello senza spade, in vista del quale vale la pena prepararsi
fino in fondo. Ed ecco che un bel giorno quel momento arriva. Lo credi
anche tu?”.
P.S.: Questo non vuol dire
che leggendo questo breve brano avrete letto l’intero libro!!! Ma è un
invito anche a leggere le prime 88 pagine e le successive 88, si perché
il libro complessivamente è di circa 170 pagine e quindi è molto breve e
la lettura è scorrevole e la prosa, nella sua semplicità, è incalzante.
E’ un invito anche alla conoscenza letteraria dell’autore.
E
poi, a differenza del vino, il libro costa molto meno e lo potete trovare,
in libreria, anche con lo sconto del 15%.
Buon
viaggio e buona
degustazione!
Le coordinate. Sandor Màrai,
Le Braci, Biblioteca Adelphi (è
il numero 358), pp. 170, Euro 13,00.
Antonio
Chironi, Milano novembre 2002
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