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Agorà
di
Simone De Riccardis
Nelle città dell'antica Grecia agorà era la
piazza principale della città dove si teneva il mercato e, soprattutto, dove
i cittadini si riunivano in assemblea tant'è che con il medesimo termine
si indicava, per estensione, l'assemblea stessa lì radunata.
Questa nuova rubrica si propone come il luogo
dove i visitatori di Martignano.net possono affrontare e discutere varie
tematiche proprio come si farebbe in una vera e propria "agorà".
Ho proposto al caro amico Leo Rielli questa
rubrica perché convinto della necessità di un luogo (anche virtuale, ma non
basta!!!) dove incontrarsi, scambiarsi idee e punti di vista,
approfondire temi di rilevanza non solo locale, ma anche nazionale e
mondiale, per far fronte alla sempre più grave carenza di luoghi di
aggregazione.
Mi sembra, infatti, assurdo, che in un'era in
cui sempre più spesso piace definirci "cittadini del mondo" abbiamo
perso molte delle caratteristiche proprie dei cittadini "di
Martignano, di Roma o di Milano", non abbiamo più l'abitudine di
incontrarci e parlare, non esistono luoghi di aggregazione che non siano
bar o pub (o peggio discoteche), in paese così come in città abbiamo
perso, in definitiva, la nostra individualità, siamo diventati una massa
uniforme, mi spiace dirlo, ma ci stiamo riducendo a ... numeri.
Approfittiamo della gentilezza di Leo, e
riappropriamoci di noi stessi, ricominciamo a pensare con la nostra testa e
non con quella dei telegiornali, dell'Istat, dei sondaggi, della pubblicità,
dei supermercati, della moda, dei telequiz,...
Ricominciamo a scambiare le nostre opinioni con
altri cittadini, proviamo a sostenere e cercare di diffondere le
nostre idee, i nostri punti di vista, anche se questo può costare fatica, può
far sorgere delle incomprensioni, alla lunga ci sentiremo gratificati ma mai
appagati, ci sentiremo veramente facenti parte di una AGORA'.
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Carissimo Pantalion,
vorrei, per un momento, spostare l'attenzione dei visitatori di
Martignano.net dalle polemiche che,inevitabilmente,accompagnano le elezioni
amministrative a Martignano o dalla tragedia che continua a consumarsi in
Iraq per evidenziare un gravissimo fatto accaduto ieri
mattina in questa nostra Italia sempre più liberista e "grande
fratello-dipendente": mi riferisco a quanto accaduto a Melfi, ai danni
dei lavoratori della Fiat in agitazione sindacale che sono stati caricati,
durante una manifestazione pacifica da altri
lavoratori-poliziotti.
A Melfi si è creata una situazione che ha fatto ripiombare indietro
nel tempo di almeno mezzo secolo le condizioni dei lavoratori delle
fabbriche metalmeccaniche e questo mi preoccupa alquanto, soprattutto se
ricordo che un simile evento (che a qualcuno potrebbe sembrare marginale, ma
non lo è per il significato simbolico che assume) era una prassi negli anni
'50 del secolo scorso, quando le forze dell'ordine, seguendo le indicazioni
politiche dell'allora ministro Scelba, non permettevano lo svolgersi di
manifestazioni di rivendicazione sindacale attraverso l'uso dei manganelli.
E' superfluo sottolineare come la responsabilità di un simile
intervento non gravi sui poliziotti, i quali sono obbligati a eseguire
gli ordini loro impartiti, ma sia tutta politica e proprio sul piano
politico si dovrebbe intraprendere una riflessione sui reali diritti e
sulle garanzie e sicurezze che oggi sono garantiti ai lavoraturi tutti - in
particolar modo ai lavoratori del Sud, precari e sfruttati -
oltre che sulla direzione in cui si sta spostando la "politica"
nella
gestione di fatto del "conflitto industriale".
Mi sento di chiederti di pubblicare in Agorà il seguente articolo di
Pierliugi Sullo.
Lascio a voi tutti i commenti. Buona lettura.
Simone De Riccardis
La dignità di Melfi - di Pierluigi Sullo - www.carta.org
Non sembrava di vedere certe scene di Genova 2001, a Melfi, lunedì mattina,
quando poliziotti bardati da guerriglia manganellavano operai inermi con le
mani alzate. Ognuno la vede dal suo angolo visuale. A noi, il modo in cui il
governo sta trattando quei lavoratori ricorda il modo con cui ha invano
cercato di regolare i conti con il movimento antiliberista. Non c'è
riuscito, con tutta evidenza, e probabilmente non riuscirà a spegnere la
protesta di Melfi. A chi cita i 35 giorni della Fiat, nel 1980, quando gli
operai della più grande fabbrica italiana condussero una lotta a oltranza e
furono sconfitti, dopo la marcia dei 40 mila quadri e impiegati Fiat, perché
sostanzialmente furono lasciati soli dalla società, bisognerebbe far notare
che l'epoca, e il contesto sociale, sono infinitamente differenti.
Prima di tutto, perché quella di Melfi, come racconteremo diffusamente nel
prossimo numero di Carta settimanale, è stata il fiore all'occhiello della
nuova industria italiana, quella flessibile,
invadente e toyotista, quella del just in time e del time to
market, che avrebbe dovuto rilanciare la competitività italiana e,
anche, offrire un'occasione al povero, sottosviluppato sud del
nostro paese. Quell'ideologia, e quel tentativo pratico, costato ai
contribuenti italiani 9 mila miliardi di lire, è fallito. Perché c'è
sempre un sud più flessibile di te, e il nostro sud, dopo Scanzano,
ha scoperto di non volerlo più, lo sviluppo, di desiderare invece
una economia a misura della società, dei tempi, della natura e della storia
del Mezzogiorno, che sono assai diversi da quelli della
Lombardia o della Baviera (e ammesso che in Lombardia siano contenti,di
essere ricoperti di asfalto, capannoni industriali e centri commerciali).
Di conseguenza, la lotta degli operai di Melfi non è solo per più
salario e per l'equità di trattamento con i loro compagni delle altre
fabbriche Fiat, ma è anche, come dicono loro, per la dignità: per
tornare ad essere persone, non alla mercè di ogni capriccio o
necessità della produzione, come le due settimane di seguito dei turni di
notte. In questo, nel rivendicare dignità, quei lavoratori non sono diversi
dalla gente di Scanzano che non voleva discariche nucleari o di quella di
Rapolla che rifiutava la servitù di un elettrodotto gigante o dalla gente
di mille altri posti,specialmente nel sud, che respinge le invasioni
barbariche del liberismo.
La lotta degli operai di Melfi non è affare loro. E' affare di tutti
noi. Di quelli che vogliono una economia diversa, di quelli che
vogliono la pace contro la militarizzazione del sud, del lavoro e
della vita sociale, insomma di tutto il movimento per il quale un
altro mondo è possibile. Mercoledì vi sarà lo sciopero generale dei
metalmeccanici, dopo l'aggressione di Melfi. E sabato è il primo
maggio. A Milano marceranno i lavoratori precari di tutti i generi,
nella Mayday Parade. Siamo certi che a Melfi, sabato prossimo, ci sarà un
mucchio di gente, famiglie e comunità intere, lavoratori e non lavoratori,
municipi e associazioni.
Sarà una bella festa: il toyotismo è morto.
27
aprile 2004


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