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Agorà
archivio
di
Simone De Riccardis
Carissimo Pantalion,
in concomitanza con la grande "marcia per la pace e contro il
terrorismo" prevista oggi a Roma
(20 marzo 2004) ti invio, seppur con cronico e
colpevole ritardo, un breve contributo per l'aggiornamento del sito
Martignano.net.
La
lettera è di Gino Strada ed è stata pubblicata su L'Unità il 14
marzo
u.s.
Dopo
la strage in Spagna che, a quanto pare, ha matrice
islamico-terroristica
si rifà urgente e necessario un approccio
pacifista
al problema Iraq e più in generale a tutta la questione
mediorientale.
Il
contributo si inserisce bene nel discorso (purtroppo interrotto per lungo
tempo) pacifista condotto su "Agorà", pur essendo pungente e
critico anche nei confronti dei politici che anche
dichiarandosi di sinistra non hanno il coraggio o la
volontà di affrontare problemi cruciali, quali
l'invio dei militari italiani in missione di guerra, da
un punto di vista veramente di SINISTRA ed, in sostanza, uniformandosi
e confondendosi con coloro che non hanno pudore nel dichiarare
espressamente di voler violare e cancellare al più presto possibile
la nostra Carta Fondamnetale che all'art. 11 si pone con decisione
contro la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali e come strumento di oppressione e offesa alla
libertà di altri popoli.
Gino
Strada ha chiamato i politici 'delinquenti', scatenando le ire
dei
DS.
Richiesto
di scuse, ha detto che non solo non si scusava ma ribadiva.
Traggo
da una sua lettera (pubblicata sull'Unita'-14 marzo 2004)
Ecco
il testo:
"Ho
visto il mio paese portato in guerra, violando la Costituzione, da governi
di centro-sinistra (per primi, dalla fine del secondo
conflitto
mondiale) e da governi di centro-destra. Ho visto un governo di
centro-sinistra orgoglioso di prendere parte ai bombardamenti. Ho assistito
alla indecente teoria della guerra "umanitaria", per cui si
e' ritenuto giusto seppellire sotto le bombe 5.000 cittadini
di Belgrado e dintorni per punire i responsabili
dell'assassinio di altri 2.200 civili massacrati in
Kossovo. Ho visto il 92% del Parlamento votare per la
guerra contro l'Afganistan. 10.000 civili morti e la guerra
continua. E ho sentito leader politici di entrambe le parti compiacersi
dell'invio "dei nostri ragazzi" in Afganistan, armati fino ai
denti a partecipare alle scorribande dei rambo di Enduring Freedom.
Lo
stesso vale per l'Irak, dove i militari italiani sono stati inviati
a
prendere parte a una guerra di aggressione neo-coloniale, perche' qualcuno
poi potesse spartirsi il bottino della "ricostruzione". Altri
10.000 Iracheni morti.
"I
poveri vanno alla guerra, a combattere e a morire per i capricci,
le
ricchezze e il superfluo di altri", scriveva Plutarco molti secoli
fa.
A
me, semplice cittadino, basterebbe vivere - e mi batto per questo -in un
Paese che crede nella pace e che la pratica. Anche per questo mi piace
la nostra Costituzione. Invece devo constatare che il 90% del Parlamento
italiano e' d'accordo nel violarne l'articolo 11, quando deve
votare in materia di guerra e pace. In modi diversi,
certo. Chi e' orgoglioso di violarla e se ne vanta (e in
cuor suo vorrebbe anche sopprimerla), chi preferisce astenersi, chi resta
fuori dell'aula.
Non
e' questo un attentato alla Costituzione? Non e' un diritto contro i
diritti di tutti - a cominciare dalle prossime vittime della guerra,del
terrorismo, di Stato, di gruppi o di individui? Non e' un delitto contro
la democrazia? Io penso di si'. Penso che sia un delitto compiuto
dalla grande maggioranza dei politici e penso che chi, da politico,
si renda corresponsabile in ogni forma di questo delitto non debba
offendersi piu' di tanto quando gli viene fatto notare.
Gli
offesi, quelli che avrebbero davvero il diritto di esserlo, se
fossero
ancora vivi, sono i milioni di persone che, ogni anno,
dittatori
e presidenti, golpisti o democraticamente eletti, per le
ragioni
piu' varie mandano al macello, per Dio e per la patria, per la liberta'
e per gli interessi della nazione.
Il
movimento della pace, che io non rappresento ma di cui faccio
parte,
questo chiedeva ai politici italiani (non all'opposizione ne'
alla
"sinistra"): di rispettare la Costituzione, il diritto
internazionale,
la Carta delle Nazioni Unite. E anche, se a qualcuno dovesse
interessare, la coscienza civile del nostro Paese.
Tutto
qui, niente di eroico. Invece il 90% dei parlamentari, ancora
una
volta, non lo ha fatto. Ciascuno per le proprie alchimie e
interessi.
.......Rimane
solo, per quel che mi riguarda, il diritto al dissenso
piu'
profondo e la possibilita' - nel necessario e legittimo
pluralismo
- di negare il mio voto a tutti quelli che violano la
Costituzione.
Non si possono barattare la democrazia e i diritti nè la Costituzione,
per assicurare qualche appalto "alle nostre imprese", che
poi sono "le loro", nè per "entrare nel giro" delle
potenze che contano.
Con
amicizia
Gino
Strada
Con
stima
Simone
De Riccardis
20
marzo 2004
N
MEMORIA DI DINO FRISULLO
CRONACA
NERA
Ali veniva, poniamo, da Zako.
Portava
in tasca un pane di sesamo comprato in fretta con gli ultimi spiccioli nel
porto a Patrasso pane caldo profumo di casa speranza di vita prima di
calarsi nel buio del ventre del camion.
Ali aveva già visto l'Italia, poniamo. Aveva l'odore dolciastro del porto
di Bari l'Italia gli piacque il castello svevo dalle mura merlate le luci
gialle della città vecchia gli scaldarono il cuore ma il primo italiano che
vide vestiva una divisa e fu anche l'ultimo.
Respingeteli, disse. Ali non capì le parole ma lesse lo sguardo le
ginocchia gli tremarono poi si voltò contro il muro perché un uomo non
piange.
Ali veniva da Zako, poniamo, e sapeva già usare il kalashnikov ma di
raffiche ne aveva abbastanza e di agenti turchi irakeni americani arabi e di
kurdi che ammazzano kurdi e di paura masticata amara con la fame e dell'eco
delle bombe Qendàqur come Halàbje bombardieri turchi come gli aerei
irakeni gli stessi occhi sbarrati contro il cielo che uccide.
Ali,
poniamo, aveva una ragazza rimasta sola la famiglia fuggita in Germania, con
lei aveva sognato l'Europa con lei aveva cercato gli agenti turchi e
turkmeni e kurdi, maledizione, anche kurdi per contrattare il passaggio
della prima frontiera, batteva forte il loro cuore al valico di Halìl
divise verdeoliva mazzi di banconote stinte di tasca in tasca nel buio e poi
liberi corrono veloci i minibus da Cizre verso Mardin ogni mezz'ora un posto
di blocco divise verdeoliva banconote via libera colonna di autobus veloce
viaggiando solo di notte tre notti trenta posti di blocco zona di guerra da
Màrdin ad Adàna poi veloci fino a Istanbul e quella notte ad Aksaray nel
più lurido degli alberghi fra scarafaggi e zanzare e russare di ubriachi
per la prima volta avevano fatto l'amore e per l'ultima volta.
Sul
comodino un vaso di fiori stecchiti lei ne sfilò uno glielo regalò con un
sorriso come fosse una rosa di maggio.
Fu all'alba che vennero a prenderli taxi scassati gabbiani a stormi contro
il cielo grigio del Bosforo (Ali non aveva mai visto un gabbiano e neppure
il mare) poi tutti a piedi verso un'altra frontiera in fila indiana nel
fango in silenzio fino alle ginocchia nell'acqua del Méric ha la pistola il
mafioso "più in fretta" sussurra, di là c'è la Grecia
l'Europa è calda la mano di Leyla si chiamava Leyla, poniamo era calda
la mano di Leyla prima che scoppiasse sott'acqua la mina prima che i greci
cominciassero a sparare prima dell'inferno...
Un
uomo non piange ma il cuore di Ali restò a galleggiare fra i gorghi di
melma del Méric mentre si nascondeva nel canneto perché i greci non
scherzano e se ti consegnano ai turchi è la fine i maledetti verdeoliva che
hanno intascato i tuoi soldi ti fanno sputare sangue nelle celle di
frontiera.
Così
in Grecia l'uomo si fa gatto si fa topo ragno gazzella nascondendosi di
giorno negli anfratti marciando di notte fino a Salonicco e poi un passaggio
da Salonicco a Patrasso giovani turisti abbronzati, poniamo, Ali ha la
febbre batte i denti fa pena rannicchiato sul sedile della Rover è bella la
ragazza straniera ma la sua Leyla era più bella più profondi del mare
i suoi occhi. La Rover frena quasi sul molo c'è un traghetto che sta
per partire di là c'è l'Europa davvero con gli ultimi soldi paga il
biglietto per Bari Ali il mare non l'aveva mai visto fa paura di notte il
mare ti chiedi quanto sarà profondo (erano più profondi i suoi occhi) ma
un uomo non ha mai paura e il cielo dal mare non è poi diverso dal cielo
dei monti di Zako nelle notti chiare.
Fa
più paura la polizia di frontiera "ez kurd im."
"Ma
che vuoi, che lingua parli, rispediteli a Patrasso ne abbiamo abbastanza di
curdi qui in Puglia non bastavano i cinquecento dell'ultima nave, chiudeteli
nella cabina che non scendano a terra sennò chiedono asilo..."
E'
triste il cielo dal mare come il cielo dei monti di Zako nelle notti scure.
E'
duro esser kurdi su un molo sperduti fra il cielo ed il mare erano in dieci,
poniamo, che quella notte a Patrasso contrattarono in fretta seicento
dollari a testa disse il camionista non uno di meno seimila dollari quei
dieci corpi quasi il valore di un carico intero e il suo amico Huseyn pagò
anche per lui prima di coricarsi abbracciati nel buio stretto il pane di
sesamo in tasca stretto in mano un fiore secco in dieci stretti fra le balle
di cotone che ti penetra in gola negli occhi nel naso ti toglie il
respiro...
E'
cronaca nera
MORTI SOFFOCATI SEI CLANDESTINI IN UN TIR
è politica
MILLE
CLANDESTINI RESPINTI NEL PORTO DI BARI
è diplomazia
ACCORDO CON LA GRECIA SUI RIMPATRI
è ipocrisia
ROMA CHIEDE COLLABORAZIONE AD ANKARA
è propaganda
INASPRITE LE PENE CONTRO I TRAFFICANTI
è nausea è rabbia è dolore
Sotto
le stelle di Zako mille Ali sognano l'Europa in Europa sogneranno il ritorno
e nella nebbia di Amburgo, poniamo, nella gelida nebbia senza stelle Huseyn
bussa a una porta ha da consegnare una cattiva notizia un pane di sesamo
secco e un fiore stecchito...
Dino
Frisullo, ottobre 2000
I
MIGRANTI
I
migranti sono uccelli liberi che cambiano Paese secondo le stagioni.
Li accompagnano venti diversi che soffiano con dolcezza o rabbiosamente mentre
il respiro è affannoso le mani protese verso radici profonde e millenarie lo
sguardo smarrito dentro orizzonti sempre misteriosi.
I migranti si muovono su un palco dove sta andando in scena una
rappresentazione drammatica che non vuole protagonisti ma solo comparse
smarrite tra scene grandiosi, esilaranti, ammirevoli ma sostenute da ponteggi
d’argilla.
I migranti sono uno spettacolo che appartiene alla natura:
come il sorgere ed il tramontare del sole, il cielo stellato, il mare, ora
placido ed ora posseduto dalla tempesta, oltre ogni confine.
I migranti sono i nomadi.
Io, come te, sono un migrante o lo erano i tuoi avi, i miei avi, o lo saranno
generazioni future.
Sono la gente che supera le colonne d’Ercole.
Gli europei prima di essere americani o latini nella terra di altri popoli che
non divennero migranti perché furono derubati, umiliati, assassinati.
I migranti sono sugheri galleggianti come la terra della Terra, gocce
d’acqua che inventano gli oceani e le lagrime e il sudore e sorgenti e fiumi
e laghi che nessuna diga può contenere.
Il filo spinato eretto dai nemici dell’umanità e i loro lager sono solo
l’impotenza dei vigliacchi.
I migranti sono gocce d’acqua continuamente inquinate da untori senza
scrupoli.
I migranti sono le vittime preferite di disgustose iene voraci che hanno
venduto l’anima al mercato delle mediocrità, sciacalli senza onore avvoltoi
senza ali e senza coscienza codardi armati che si vendono per un nulla che
chiamano denaro.
Niente e' più meraviglioso di un migrante:
ha la potenza di camminare, sa digiunare, sa aspettare nel piccolo spazio del
suo cuore sono raccolte tradizioni e amori antichi, in un angolo del suo
cervello i sogni e le speranze, la leggenda e la storia.
Un migrante ha i valori di tutto l’universo, dell’immenso mondo esteriore
ed interiore.
I suoi occhi profondi e incredibilmente sorridenti, esplorano ogni piccola
stazione, ogni oasi, ogni angolo del pianeta e poi si confondono con una
stella cometa e i desideri non sempre
appagati.
Occhi che comunicano i segreti di questa umanità confusa:
occhi: velati, lucenti, vergognosi, fieri, anch’essi tutto l’arcobaleno e
intanto bestie feroci li osservano furtivamente per renderli perseguibili per
legge.
I
migranti sono esseri liberi che cambiano Paese secondo le stagioni.
I ladri di storia, di potere, di dignità ed emozioni invece uccidono anche i
miraggi e non sapranno mai che la pace come l’amore, un abbraccio come il
contaminarsi, sono frutti oltre il tempo maturati tra i raggi della
ribellione, della rivoluzione, della liberazione, dell’emancipazione.
Non sapranno mai che le nostre strade sono composte da una miriade di piccoli
sassi che hanno la luce e la ragione di tutti i popoli che le hanno percorse.
I migranti sono anche navi nella bufera che lottano contro i flutti, le
avversità e la miseria nonostante siano nati ricchi nonostante siano la fonte
del diritto.
I migranti sono l’etica dell’essere contro quella dell’avere.
Sono un faro su percorsi stranieri.
Sono le nostre metropoli per non essere soli, la nostra eredità.
I
migranti sono energia a volte dispersa o sfruttata per il privilegio di
parassiti senza qualità.
L’umanità e' migrante!
Migrante e' tuo padre e tua madre e altri ed altre prima di loro.
E’ davvero una grande fortuna che i migranti siano uomini e donne che
cambiano Paese come cambiano le stagioni.
Siamo
tutti migranti, ma solo alcuni vengono costretti ad essere clandestini:
quando verrà il tempo in cui uomini e donne saranno liberi cittadini e la
nostra patria il mondo intero?
DINO FRISULLO
In questo periodo di feste sacre e consumistiche vorrei
farvi leggere queste righe di don
Tonino Bello, già vescovo di Bari, che fino all’ultimo minuto della sua vita
è stato a fianco degli oppressi, degli emarginati, a fianco di chi non ha
nessun diritto, a fianco di chi fugge e lavora duramente per cambiare la propria
vita e che spesso viene considerato diverso solo perché ha la pelle scura o
perché non mangia carne di maiale o perché parla una lingua a noi
incomprensibile.
Extracomunitario, immigrato, irregolare, clandestino, o
più semplicemente “marocchino”, così la cultura razzista e xenofoba di cui
tutti siamo responsabili e succubi allo stesso tempo ci impone di chiamare (e di
considerare) il migrante; dimenticandoci che una volta anche i nostri nonni e i
nostri genitori sono stati migranti per necessità.
In questi giorni in cui tutti ci impegniamo a comperare
il telefonino più bello o il computer più costoso, a preparare il pranzo più
ricco o il cenone più sfizioso, in questi giorni in cui ci assale uno stress
del benessere e della opulenza vorrei augurare buone feste anche a chi non può
festeggiare, a chi trascorrerà il Natale al freddo o in un’umida stanza
sognando la sua terra lontana, pensando alla sua famiglia e sperando in un nuovo
anno che sia migliore di quello che sta per spegnersi, con minori difficoltà o
semplicemente con meno solitudine!
Simone De
Riccardis
«Soldato Jessica, un falso»
La Bbc accusa i media americani: tutto
inventato
Tutto molto bello, drammatico e
commovente. Peccato che fosse anche mezzo falso e sceneggiato come un film.
Parliamo del fenomenale salvataggio della prigioniera Jessica Lynch, passato
alla storia come uno degli episodi più
eroici della guerra in Iraq, ma già pugnalato alle spalle dal revisionismo
dei media britannici.
L'accusa,
in poche parole, è che il Pentagono avrebbe
manipolato la vicenda a uso e consumo dei giornalisti americani, che
hanno abboccato per convenienza e scarsa professionalità. Una vergogna
brandita dagli inglesi come un martello, allo scopo reale di sfasciare
l'intera copertura della guerra offerta dai colleghi Usa.
La vicenda la conoscono tutti.
Jessica
era una soldatessa di 19 anni, inquadrata nella 507th Ordnance Maintenance
Company dell'esercito americano. Il 23 marzo il suo reparto imboccò una
strada sbagliata a Nassiriya e finì sotto il fuoco nemico. Nove colleghi
della Lynch furono uccisi e altri cinque catturati, e poi mostrati in
televisione coi volti tumefatti. Lei, invece, era dispersa. Qualche giorno
dopo, però, era successo il miracolo. Secondo la vulgata del Pentagono un
avvocato di Nassiriya, Mohammed Odeh al-Rehaief, aveva visto Jessica
nell'ospedale dove lavorava sua moglie e aveva deciso di aiutarla. Quindi era
andato dagli americani per rivelare dove stava, e il primo aprile le forze
speciali avevano lanciato un raid spettacolare su Nassiriya, liberando la
soldatessa. L'operazione era stata ripresa e trasmessa in tutto il mondo. Il
portavoce del Comando centrale, generale Brooks, aveva dichiarato che «alcune
buone anime hanno messo le loro vite a rischio per salvarla», e fonti
militari avevano rivelato che la Lynch era stata accoltellata, ferita da spari
e schiaffeggiata dai suoi carcerieri.
La
storia aveva commosso l'America, proprio nel momento
in cui la guerra non sembrava andare per il meglio, e aveva suscitato
sentimenti così patriottici che la televisione Nbc ha già messo in
lavorazione un film, mentre l'avvocato al-Rehaief ha ottenuto l'asilo negli
Stati Uniti per sé
e la sua famiglia, più un contratto da 500 mila dollari per scrivere un libro
che uscirà in autunno.
A guerra finita, però, il corrispondente
della tv britannica Bbc John Kampfner è andato a Nassiriya e ha scoperto un'altra
verità:.
«Io
- gli ha detto il dottor Harith a-Houssona - ho visitato Jessica. Le abbiamo
dato uno dei due letti migliori che avevamo, un'infermiera fissa, e tre litri
di sangue donati da noi medici, perché non ce n'era altro. Aveva un braccio e
una gamba rotte, e una caviglia slogata. Non c'erano tracce
di sparatorie, proiettili nel suo corpo o ferite da coltello: solo gli effetti
di un incidente stradale. Vogliono distorcere la realtà. Non so che
cosa
ci guadagnano a dire che aveva ferite da arma da fuoco».
Non
solo, ma secondo i testimoni non c'era nemmeno bisogno di fare il raid
militare, perché i soldati iracheni e i Fedayn avevano abbandonato due giorni
prima la città.
«Noi
- ha spiegato il dottor Anmar Uday - siamo rimasti sorpresi. Perché
quella sceneggiata? Non c'erano militari nell'ospedale. E' stato come
un
film di Hollywood. Loro gridavano Via, via! e sparavano a salve. Uno show,
un film d'azione come quelli di Sylvester Stallone o Jackie Chan, con
salti, spari e porte sfondate».
E
pensare che due giorni prima il dottor a-Houssona aveva caricato Jessica su
un'ambulanza per riconsegnarla agli americani, ma gli avevano sparato al posto
di blocco ed era dovuto tornare indietro.
Qual
è, dunque, la versione autentica? E' difficile verificare, ma la Bbc cita
fonti militari britanniche molto critiche, come il capitano Al Lockwood del
Comando centrale: «Avevamo due stili diversi di gestione dei media.
Per fortuna io facevo parte di quello britannico». Anche il direttore
generale della Bbc, Greg Dyke, ha alzato la voce allargando il problema: «Personalmente
sono rimasto chockato, mentre ero negli Usa, da quanto acritica è stata la
copertura dei media in questa guerra. Si sono avvolti nella bandiera del
patriottismo senza fare domande». Una chiave di questo fiasco o successo, a
seconda dei punti di vista, sono stati i famosi giornalisti che il Pentagono
ha aggregato alle truppe, seguendo i consigli dei produttori di Hollywood come
Jerry Bruckheimer, autore di «Black Hawk Down». Hanno trasmesso la guerra in
diretta, ma ovviamente potevano andare solo dove volevano i militari, coi
quali poi dovevano confrontare le notizie da rivelare.
E' stata tutta propaganda?
Parecchi
media, sembrano aver dimenticato quello che Thomas
Jefferson, uno dei padri fondatori degli Usa, scrisse nel 1787:
«Tra
uno Stato senza giornali, e giornali senza Stato, non esito un istante a
preferire i secondi».
Da La Stampa, 17 maggio 2003
SPEGNIAMO LE TV
*
Un
esercito di roditori è al lavoro. Siccome la realtà è sporca, ambigua, vi
si scontrano e vi si intrecciano passato e futuro, cinismi e passioni, non
accade mai che un movimento di opinione, di strada, di incontro tra persone e
nella comunità che ciascuno sceglie come sua, affermi limpidamente e
definitivamente la sua novità e la sua indiscutibile ragione.
Accade quindi, per esempio, che politici e "opinion makers", quelli
che riempiono ogni giorno l'attenzione del pubblico dalle tv e dai giornali,
stiano cercando di rosicchiare un poco alla volta, passata quella che essi
stessi chiamano l'"emotività" dei primi giorni di guerra, le
ragioni su cui il no all'invasione dell'Iraq si fonda.
Le
fonti, sono, in generale, la disinformazione sistematica che viene dai comandi
e dai governi impegnati nella guerra. Un'arma come i missili o i carri armati,
di cui tutti conoscono funzionamento e impatto, sanno che è la forma della
guerra moderna (tanto è vero che gli iracheni, a loro volta, tentano in ogni
modo di tenere accesa la loro televisione). Eppure, i telegiornali, gli
infiniti "talk show", i giornali, si riempiono di false notizie, di
contraddizioni e smentite, di ipotesi e contro-ipotesi, di analisi militari
disparate e di voci affannate di inviati al fronte che, essendo lì, non
vedono niente, perché sono "embedded", incorporati nella Us Army, e
devono obbedire.
Il risultato di tutto questo - qualunque analista dei media lo sa - è una
tempesta di sabbia che acceca, che nasconde la sola verità della guerra: la
morte violenta di esseri umani, in divisa e non.
Ma
il peggio precipita sul giudizio da dare sugli avvenimenti. Le presenze
prevalenti, su giornali e tv, sono divise in due.
Da
una parte c'è la destra, che ha scelto di nascondere, per il momento, la sua
adesione all'idea di fondo di Bush: che per rafforzare, rinnovare il dominio
statunitense (e neoliberista) sul mondo, non c'è che un modo: la forza. Solo
che in Italia l'ondata di avversione alla guerra è, per varie ragioni, tra le
più grandi al mondo, e dunque Berlusconi, come scrive Manuel Vázquez
Montalbán,
è "desaparecido", e solo gli ultrà come Feltri e Ferrara
vorrebbero marciare con le bandiere stelle e strisce.
Ma questo non significa che si siano arresi. Basta guardare Bruno Vespa, o il
tg di Enrico Mentana, che un tempo vantava la sua sobrietà
"professionale", per capire come negli interstizi delle
"informazioni" si lascino cadere, goccia dopo goccia, pregiudizi
indiscutibili. L'"America" è la democrazia, bisogna
"liberare" gli iracheni da Saddam, i prigionieri statunitensi sono
"ostaggi", cioè vittime di un sequestro di persona, e così via. E
la politica, cioè i media, discutono per giorni su Guglielmo Epifani,
segretario della Cgil, colpevole di aver detto "né con Bush né con
Saddam", cioè "né con lo Stato né con le Br", e via un
diluvio di editoriali e dichiarazioni all'Ansa: salvo che Epifani non ha mai
detto una cosa del genere, o comunque voleva argomentare, ciò che nella
semplificazione dei messaggi non è consentito, si viene inchiodati a una
parola, a una frase.
Oppure, in versione più intelligente, si insinua, si allude. E quando Ernesto
Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, scopre (con deplorevole ritardo)
l'enorme forza simbolica della bandiera della pace, e prende atto che, sul
piano dei linguaggi, il movimento per la pace ha stravinto sugli strateghi dei
marketing, lo fa per attribuire quella bandiera alla "sinistra": che
descrive come un blob politico-ideologico capace di cambiare colore come un
camaleonte. Dove il messaggio è: cari lettori cattolici, o senza partito, o
persone comuni, sappiate che siete utili idioti in mano ai
"comunisti". E non è interessante capire se Galli della Loggia
finge di non capire o proprio non sa interpretare il nuovo: quel che resta è
che il nuovo spazio democratico che il movimento per la pace sta costruendo,
in cui "destra" e "sinistra" sono concetti relativi e
invecchiati, viene sepolto, sui media, da calcoli del momento e piccoli
cinismi.
E poi c'è l'altra parte, quella cui è riservata una certa percentuale di
"visibilità" sui media, la sinistra appunto, o per meglio dire il
centrosinistra. Che è sì stato trascinato a votare contro l'uso delle basi
in Italia per la guerra (anche se capita poi che i paracadutisti partano da
Camp Ederle, Vicenza, perché Berlusconi è un mentitore), ma hanno capito
talmente poco, di quel fenomeno che essi chiamano "i movimenti", da
indire la manifestazione di Piazza del Popolo, l'altro sabato, per ristabilire
le gerarchie: a noi, alla politica, spetta stare nella cabina di comando, in
nome del "progetto", della "sintesi", della
"rappresentanza", infine della "democrazia". E d'altra
parte, come scrive ogni giorno sul Corriere della Sera quel sant'uomo di
Stefano Folli (la cui rubrica è da leggere perché espone con grande
limpidezza le tattiche senza senso della politica, preda di un autismo
incurabile), il centrosinistra resta aggrappato all'idea che, per ridiventare
"forza di governo", si debba mostrare "responsabilità" e
attaccamento all'"occidente". Infatti, come ogni parlamentare onesto
potrebbe testimoniare, l'Ulivo ha votato contro l'uso delle basi soprattutto
perché, altrimenti, la sua posizione sarebbe stata identica a quella ipocrita
di Berlusconi. Tattica: differenziarsi dall'"avversario". I
principi, i contenuti, il realismo estremo (come ha scritto un insospettabile
come Claudio Magris) di chi è contro la guerra come metodo di governo del
mondo, tutto questo è accessorio.
Il risultato è che lo "scontro", nei media, avviene tra persone che
condividono, nella sostanza, gli stessi presupposti ideologici (nel senso
deteriore: la democrazia, il mercato, l'Occidente...), e si dividono
sull'occasione, preoccupati soprattutto di fare bella figura dal punto di
vista dell'"efficacia" televisiva, capello a posto e cravatta
d'ordinanza. Mentre, nel frattempo, il vero antagonista, messo in scena
occasionalmente dai media come "caso umano" (un prete
particolarmente radicale, un disobbediente arrabbiato, un pacifista moralista,
un intellettuale troppo diverso dal contesto televisivo in cui si trova per
essere credibile, un antico leader di defunti movimenti…) viene escluso,
cancellato, diffamato, messo in caricatura. E perfino il Tg3, la cui inviata
Giovanna Botteri fa il suo mestiere con esemplare dignità, diventa "il
tg di Saddam".
Ecco lo stato non dell'"informazione", ma di quell'impasto che
unifica politici e giornalisti nel lavoro diuturno della fabbricazione
dell'"opinione pubblica", che essi immaginano formata da "gente
comune" inventata e da sondaggi istantanei e decerebrati.
Wu Ming ha scritto, sul numero in edicola di Carta, che "ridanciani salotti bellici spandono
melassa, arruolano ogni sorta di leccaculo, accreditano ogni balla
preconfezionata", e aggiunge: "Tutto inutile, il mondo è per
strada, diserta la guerra catodica… per trasformarsi nel più grande medium
di massa che la storia dell'umanità abbia conosciuto".
Ecco
la morale: spegniamo le tv, accendiamo le teste.
*Brano
tratto dal settimanale Carta
Lettera
da Beirut
Dal balcone dell’abitazione
dove sono alloggiato a Beirut vedo in lontananza catene imbiancate di monti e
un lungo saliscendi di collinette e paesini arrampicati. Il cielo è sereno,
l’aria tiepida del sole invita a scrutare ancora il panorama in cerca di
bellezze e visioni, le stesse che assillano la fantasia del viaggiatore appena
arrivato. Poi d’improvviso come un pugno nello stomaco, traditore e viscido,
mi appare in tutta la sua spettrale presenza l’ipocrisia della guerra!!!
Lo sguardo non è più lanciato
nell’orizzonte lontano, si è fermato come pietrificato e impotente davanti
alle case che mi circondano e nella loro solitudine immensa, come fantasmi
senza tempo, scorgo quello che i retorici e gli umanisti della realpolitik
chiamano effetti collaterali. Necessari, dicono, a volte utili, perché
per sconfiggere il nemico non bisogna avere emozioni o tentennamenti. Già,
effetti collaterali.
Non ci potrebbe essere
definizione più vuota, insapore, inodore e indolore per definire il risultato
di un bombardamento durante una guerra; nessuna altra definizione potrebbe
rendere così neutro e in fondo menefreghista liquidare distruzione e morte
come “effetto collaterale”.
Qui la guerra è finita da
qualche anno, il novanta per cento degli edifici della capitale sono stati
distrutti sotto il bombardamento, le vittime civili sono state a centinaia.
(d’altra parte le statistiche di tutte le guerre nell'ultimo mezzo secolo
evidenziano sempre lo stesso dato, questo!). Ma la guerra è ancora qui,
silenziosa, innocua (o forse immersa in un lungo sonno d’oblio), sgraziata,
disperata ma maledettamente presente. La giornata radiosa appena intravista
dal balcone è tornata cupa come i giorni di pioggia appena trascorsi, lo
stesso fastidioso sgomento rincorre il mio pensiero ma non è l’incessante
martellare della pioggia che affanna il respiro!
Un edificio squarciato dai colpi
di un mortaio lontano mi si para davanti, e a lato un’altra palazzina è
sventrata al secondo e terzo piano come un povero disegno monco (non riesco a
capire come ancora resti in piedi, in bilico com’è sui pochi pilastri
superstiti), più in basso si percepisce l’impronta di quella che forse un
giorno era una piccola e dignitosa casa: tre o quattro ambienti divisi con
scrupolo, forse da un lato la cucina e più avanti la camera da letto e un
piccolo giardino intorno dove chissà, forse voci di bambini innocenti
giocavano come fa ogni giorno mio figlio. Sono rimaste le fondamenta e i muri
divisori, bruciacchiati e anneriti dal fumo omicida, e tutt’intorno detriti
e calcinacci insieme a spazzatura ed erbacce, il giardino è diventata una
specie di discarica a cielo aperto, dove il ricordo di antiche bellezze è
ormai finito per sempre. Continuo a scoprire questo spaventoso panorama e mi
accorgo che non c’è un palazzo, un’abitazione, una casa né un muro
qualsiasi che non sia stato offeso dalla guerra.
Mi giro d’improvviso e guardo i
muri del balcone dove sono affacciato.
Un brivido gelido mi corre lungo
la spalla, il muro circostante la finestra da dove sono uscito è ricamato da
decine di buchi e fori, alcuni più profondi, altri con circonferenze perfette
e altri ancora che hanno portato via l’intonaco intorno, come un tumore
maligno esprimono perfettamente la loro furia devastante. Penso che quei segni
rimasti come testimoni silenziosi e immutati nel muro significhino anche
l’immensa tragedia della guerra, di questa passata come di quella che degli
imbecilli ostinati vogliono a tutti i costi: non ci sono vinti nelle guerre,
la follia omicida non genera nient’altro che odio e distruzione perché non
cerca la soluzione dei problemi quanto la convenienza del momento, anche a
costo di sacrificio umano e materiale.
Gli effetti collaterali, appunto.
Ogni edificio intorno racconta
questa verità, ogni edificio intorno è rimasto con queste ferite, perché le
ferite di guerra non possono essere rimarginate, forse solo il tempo e l’età
ne attenuano la tragedia (ricordo mio nonno, pochi anni prima di morire,
vecchio e disincantato, raccontare con voce tremula la grande guerra di 40
anni prima!). E qui, in questo lembo di terra affacciato sul Mediterraneo,
queste case, sforacchiate come un grande groviera insano non fanno altro che
ricordare quanto tutto ciò non sia altro che distruzione, dolore e morte. La
morte non solo fisica ma anche morale, l’odio viscerale e violento si
alimenta di tutto questo, scava come un verme nella carcassa della sua vittima
finché non lo vince, facendolo tornare ancora e di nuovo morte, distruzione.
Pare che anche le rappresentanze
diplomatiche italiane in Libano consiglino ai propri connazionali di
“mantenere basso il proprio profilo”, meglio non far sapere troppo in giro
che si è italiani, l’insana sudditanza del governo Berlusconi agli USA è
vissuta con estremo disagio negli ambienti dell’ambasciata italiana in
Libano. Incredibile, si dice, noi che sempre siamo stati visti dagli arabi
come vicini e attenti mediatori, comunque mai schierati e schiacciati nella
nostra autonomia decisionale.
È un immane tragedia quella che
si sta preparando, ancora più tragica perché perseguita con lucida, perversa
e infame follia omicida!!
Sui giornali di Beirut il leader
Walid Jumblatt (più volte in visita anche nella nostra piccola Martignano.
N.d.:R.) ha dichiarato esplicitamente: Bush e Blair sono dei repressi
sessuali, Berlusconi è viscido come Mussolini. Andrebbero fermati, per il
bene dei loro paesi e dell’intera umanità.
E le case intorno sono sempre
sforacchiate e ferite, violentate e mortificate per sempre, senza speranza.
Qui poi, in questa strada periferica dove alloggio è ancora peggio, tutto è
qui a vista e senza inganno, lontano mille miglia dagli sfarsi e dalle luci
della ricostruzione che ha rinnovato il centro della città, dove di giorno
tutti ci vanno al lavoro ma di sera rimane sola e vissuta dai pochi
privilegiati che possono, quelli che in ogni parte e sempre non subiscono mai
gli strazi dei conflitti, quelli che riescono sempre a far parte dei vincitori
qualunque sia la bandiera che sventoli sui cannoni assassini, quelli che fanno
le speculazioni sulle azioni di guerra, quelli che godono dei benefici che la
sofferenza altrui comporta, quelli che fanno affari con l’amico e col nemico
a seconda delle convenienze, quegli stessi che vendono e acquistano
distruzione.
Perché la guerra è un affare!
Un affare vantaggioso e sicuro,
basta sapere da che parte stare e quando sia ora di lasciare la scena per
rientrare al momento giusto: dopo gli effetti collaterali ci sono sempre
commesse da conquistare e appalti da gestire.
È un gioco sporco che non tutti
sanno fare, come una partita a poker tra bari professionisti, “The game is
over”, ipocrita e falsa verità spiattellata sul tavolo degli idioti che
annuiscono senza sapere, che alla fine il bottino non potrà essere spartito
tra molti!!!
Lo stesso gioco del terrorismo
insano: e non è forse una logica terrorista quella che oggi alimenta lo
spirito di governi guerrafondai (tra cui quello italiano) sensibili più alle
precise oscillazioni di borsa che agli incerti sensi delle parole “effetti
collaterali”?
Le strade e le case del Libano
raccontano questa verità, da quest’angolo di mondo le questioni appaiono
chiare e spietate come il foro delle pallottole nei muri delle case.
Come lo squarcio nel ventre del palazzo che si affaccia sul mio balcone, come
le morti silenziose che tutti questi muri raccontano, come l’infanzia
tradita di bambini senza sogni.
Ieri sera sono stato a Tiro, nel
sud del paese, a pochi km dal confine israeliano e dopo tre check point
militari. Armi spianate, tute mimetiche e filo spinato in strada. Su alcune
torrette più alte, vedette di guardia e sul ciglio della strada camion e
blindati pronti. Anche il nemico è li da qualche parte a pochi km, con lo
stesso armamentario e le stesse intenzioni, ma con un vantaggio, sono
appostati sulle colline e controllano il territorio dall’alto. Le colline
controllate da Israele, sparse qua e la lungo una piccola fascia di terra
s’incuneano come una lama minacciosa in terra libanese, pronte a future e
preventive necessità?
Lungo la strada, ancora altro da
scoprire. La moschea personale di un tipo, pieni di soldi (non sudati dice la
gente) e mitomane, guarda caso anche lui tra quelli che contano nel governo
libanese.
Lo riveriscono e lo sbeffeggiano
al tempo stesso perché pensa di comprarsi il paradiso “ergendosi la moschea
più grande”, pare che si sia definito come un altro mitomane nostrano,
l’unto del Signore, forse per questo lo tengono in seconda fila nonostante
le presunzioni e le appariscenze, confuso tra
le tanti voci del governo almeno non fa danni!!!!
Un lungo muro, bianco e
interminabile d’improvviso appare e affianca lungo la strada la nostra auto.
Un lungo muro che divide la strada dal resto, un lungo muro di sopraffazione e
umanità negata. È uno dei più grandi campi profughi palestinesi in terra
libanese. Un grande campo d’accoglienza negata, anzi peggio, forzata e mal
sopportata. Decine e centinaia di esseri concentrati
in un’area dove il lungo muro interminabile definisce meglio di ogni altra
cosa l’ignobile essenza di tutte le guerre guerreggiate (sia di quelle
militari come quelle economiche), la negazione della dignità umana nella
repressione delle sue potenzialità: di movimento, di lavoro, di incontro, di
festa, di umanità piena. Nel campo c’è comunque vita, c’è pur
sempre speranza, c’è resistenza, anche in questo mondo che di fratelli
musulmani ne conosce molti ma ne seleziona pochi: i palestinesi espulsi nei
campi mentre gli arabi del golfo nelle centralissime, sfarzose e rinomate vie
di Beirut.
A pochi km dal confine iracheno
guardo con fredda sincerità questa nuova guerra santa, ignobile e
spudorata come tutte le altre, figlia di menti incivili e morbose, senza
scuse e senza perché, senza ideali e senza passioni; nessun impero è mai
resistito alle sue contraddizioni, la resistenza continua!
Sono stati giorni di pioggia e
freddo, nonostante tutto l’arcobaleno che splende su questo cielo di Beirut
non è un inconveniente!
Carlo Mileti
Beirut, 06/02/03
Fratello marocchino
Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non
hai nulla da spartire.
Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, diamo il nome di marocchino
a tutti gli infelici come te, che vanno in giro per le strade, coperti di
stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di
richiamo o di sofferenza: tapis!
La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della
Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde. A che serve? Per il
teatro delle sue marionette ha già ritagliato una maschera su misura per te.
Con tanto di nome: marocchino. E con tutti i colori del palcoscenico
tragico della vita. Un berretto variopinto sul volto di spugna. I pendagli di
cento bretelle cadenti dal braccio. L’immancabile coperta orientale sulla
spalla ricurva. E quel grido di dolore soffocato dalla paura: tapis!
Il mondo ti
è indifferente. Ma forse non ne ha colpa. Perché se, passandoti accanto, ti
vede dormire sul marciapiede, e convinto che lì, sulle stuoie invendute,
giaccia riversa solo la tua maschera. Come quella di Arlecchino o di
Stenterello, dopo lo spettacolo. Ma non la tua persona. Quella è altrove. Forse
è volata via su uno dei tanti tappeti che nessuno ha voluto comprare da te,
nonostante l’implorante sussurro: tapis!
Dimmi, marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure
tu? Quando rannicchiato nella tua macchina consumi un pasto veloce, qualche
volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la
sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure
tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi li riceverà? E viva tua
madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah,
guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere
d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno
tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o
a ridosso della brughiera?
Mio caro fratello,
perdonaci. Anche a nome di tutti gli emigrati come te, che sono penetrati in
Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai
lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio
sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero immediatamente
scattare il «foglio di via» obbligatorio *.
Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un
popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato
misericordia verso dite. Anzi ripetiamo su dite, con le rivalse di una squallida
nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in
terra straniera.
Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per
forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare
che le norme vigenti in Italia, a proposito di migranti come te, hanno sapore
poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un
popolo libero come il nostro *.
Perdonaci,
fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure
l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo cercato per
condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza,
deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria.
Perdona soprattutto me, vescovo di questa città, che non ti ho mai fermato per
chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente
le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta,
dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi
misteriosi della tua moschea.
Perdonaci, fratello
marocchino. Un giorno, quando nel cielo incontreremo il nostro Dio, questo
infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che
egli ha… il colore della tua pelle.
don Tonino, Vescovo
P.S. Se passi da casa mia, fermati.
*
Naturalmente
il riferimento è rivolto alla
precedente legislazione, rispetto alla Bossi-Fini molte cose sono cambiate per i
migranti: in peggio! [N.d.R.]
“Grazie Signore nostra pace,
grazie
perché i nostri occhi rattristati per l'agonia lenta di tutti i sud della
terra, tornano a guardare ad oriente da dove nasce il sole, e ne intravedono
all'orizzonte i primi raggi di giustizia. Possiamo chiederti Signore, che al più
presto si costruisca finalmente un presepe coi reticolati ormai smessi dei campi
profughi palestinesi o con gli abeti della Cambogia, con le mitragliere del
Libano, con i bossoli disinnescati che devastano Timor?
Non deluderci Signore, preservaci
dalla tristezza di dover concludere che troppo poco è durata la stagione della
nostra speranza.”.
don
Tonino Bello
Martignano 21-12-2002
Lancio un tema di discussione che purtroppo
è sempre attuale: Venti di Guerra.
Venti
di guerra
L’amministrazione Bush ha deciso – sino a prova
contraria – un attacco di guerra all’Iraq, una nuova Guerra del Golfo,
con l’intento di “terminare” uno Stato facente parte di
un oscuro “Asse del Male”. Secondo me si tratta di una grave
decisione unilaterale e di un tentativo di imporre e giustificare una nuova
dottrina dell’intervento militare da parte della maggior potenza militare del
pianeta: la cosiddetta guerra preventiva. Questa dottrina pretende che dopo
l’11 settembre di un anno fa gli USA debbano attrezzarsi a una guerra senza
fine non solo contro il terrorismo ma contro interi Stati che hanno, a loro
avviso, rapporti con la rete del terrore, oppure che stiano preparando armi di
distruzione di massa e siano considerati “Stati canaglia”, inaffidabili,
pericolosi.
L’avventura bellica perorata da Bush – per adesso in
Europa appoggiata da pochi governi e premier, tra cui si distingue per grottesca
sudditanza Berlusconi – si configura come una tappa ulteriore e successiva di
una guerra diffusa, permanente, globale. Siamo al di fuori da quel poco che
resta del diritto internazionale, siamo al di là del bene e del male, siamo
alla ostinata volontà di potenza.
La prima Guerra del Golfo causò qualcosa come
trecentomila morti, quasi tutti tra gli iracheni, quasi tutti tra i civili. Le
conseguenze durano tuttora, tra le conseguenze ricordiamo i tumori causati
dell’uranio impoverito (che hanno colpito anche i marines) e il duro embargo
imposto dagli USA. Non è provato nessun collegamento tra Saddam e Bin Laden. Il
dittatore di Bagdad non possiede l’atomica né potrebbe usare le sue armi vere
o presunte contro gli USA.*
Questa guerra vuole imporre un’idea aggressiva dell’Occidente ai paesi arabi
del petrolio e a tutto il mondo islamico, aggraverà l’irrisolta questione del
conflitto tra Israele e palestinesi, alimenterà l’odio di cui si nutre il
terrorismo islamizzante fondamentalista.
La parte più aggressiva della destra repubblicana USA
(alleata con destre militari e religiose e corporation del petrolio) è disposta
a svincolarsi dall’ONU e dagli stessi alleati occidentali recalcitranti, a
disfarsi, se è il caso della stessa NATO se inadeguata allo scopo, a imporre
situazioni di fatto da gestire successivamente.
Si configura così un’idea pazzesca di globalizzazione
armata che contraddice vistosamente la propaganda del neoliberismo come
soluzione moderna dei conflitti. Al nuovo disordine internazionale si propone un
nuovo ordine imperiale insostenibile e distruttivo, per tutti e per tutto il
pianeta.
L’importante novità è la diffusa e crescente
opposizione a questa deriva di guerra: in Europa e nel mondo, tra religiosi,
sindacati, settori di sinistra, società civile, personalità e intellettuali.
Siamo tutti chiamati alla mobilitazione contro gli scenari di una guerra che non
ci appartiene e le cui conseguenze non sono certo prevedibili né previste dagli
strateghi di Washington.
Un Europa che aspiri a una democrazia
sovranazionale, alla
difesa di un modello sociale di solidarietà, a un modello policulturale di
convivenza, a un ruolo di pace nel Mediterraneo e nella scena globale, a un
diritto internazionale equo, a un rapporto non devastante con le risorse del
pianeta, a una cultura anche internazionale dei diritti, non può accettare
questa iniziativa di guerra.
Simone De Riccardis 18/09/2002
*Ad avvalorare queste
considerazioni si riportano le dichiarazioni rilasciate dal Prof. Ugo Bardi
dell’Università di Firenze:
“Molto è stato detto sulla questione della
possibilità per l'Iraq di sviluppare armi nucleari, e molto di quanto è
stato detto è contraddittorio. Al di la' di queste dichiarazioni e
affermazioni contraddittorie, ci possiamo domandare se e' effettivamente
possibile che un paese come l'Iraq possa costruirsi armi nucleari. Che sia
possibile farlo anche per un
paese povero è dimostrato dal caso del Pakistan, ma per l'Iraq dobbiamo
ovviamente tener conto della storia recente e del fatto non contestato che
le ispezioni dell'ONU hanno controllato e confermato la distruzione di tutti
gli impianti nucleari Iracheni, almeno fino al ritiro degli ispettori nel
1998. Si tratta, in sostanza, di considerare la possibilità che a partire
da quella data, ovvero in meno di quattro anni, l'Iraq abbia potuto
ripartire con un programma di sviluppo di armi nucleari che lo abbia portato
a essere "prossimo" alla realizzazione di una o più testate
utilizzabili. Teniamo conto in queste considerazioni che l'Iraq è un paese
le cui infrastrutture sono state distrutte al tempo della guerra del golfo,
un paese impoverito e ridotto praticamente alla fame da 11 anni di sanzioni
e le cui importazioni di qualunque cosa sono strettamente controllate.
Cio' detto, ci sono solo due modi possibili in pratica per fare una bomba
atomica: o con l'isotopo 235 dell' Uranio oppure con il plutonio. L'U-235 si
ottiene a partire dall'uranio naturale attraverso un processo di
arricchimento, il plutonio si ottiene dalle scorie dai reattori nucleari.
L'U-235 esiste nell'uranio naturale in piccolissima quantità (circa lo
0.7%), separarlo richiede tecnologie estremamente sofisticate e costi
spaventosi (incidentalmente, la scoria della separazione è quell'uranio
"impoverito" usato per proiettili e bombe convenzionali). In primo
luogo, sviluppare questa tecnologia in pochi anni è impensabile per un
paese come l'Iraq, anche se potesse accollarsene i costi. In secondo luogo,
ci vuole l'uranio da raffinare. Per fare una bomba atomica ci vogliono un
certo numero di chilogrammi di uranio 235 puro (non si usa dire esattamente
quanti, anche se poi lo sanno tutti) diciamo comunque che per fare una
testata atomica bisogna partire almeno da qualche tonnellata di uranio,
parecchie tonnellate sono necessarie per test, prove e per farsi almeno
qualche testata di scorta. Non c'è uranio sul territorio iracheno, per cui
dovrebbe essere tutto importato e sicuramente sarebbe una cosa ben difficile
da nascondere. Il secondo modo per fare una bomba nucleare consiste
nell'utilizzare plutonio. Questo è sotto molti aspetti più facile. Anche
se il plutonio non esiste in natura, viene continuamente creato nelle
centrali nucleari e fa parte delle scorie. Il plutonio è separabile da
queste scorie con un processo che, seppure complesso, è più semplice di
quello necessario per arricchire l'uranio naturale. Questa è una delle
ragioni principali che hanno portato tanti paesi ad accollarsi i costi di
sviluppare centrali nucleari cosiddette "civili". In realtà
produrre energia elettrica con le centrali nucleari non ha nessun senso dal
punto di vista economico, la ragione principale per le quali si fanno è la
scoria di plutonio che producono, utilizzabile un giorno o l'altro per fare
armi. Anche l'Iraq stava costruendo un impianto nucleare, sicuramente con
questo scopo, impianto che però è stato ditrutto nel 1981 da un raid
israeliano. Una centrale nucleare non è cosa che si possa nascondere in una
cantina o in una caverna, soprattutto se deve essere di dimensioni tali da
produrre sufficiente plutonio per le bombe. Non è semplicemente pensabile
che l'Iraq possa averne messo in piedi una in quattro anni, per non dire di
riuscire a tenerla nascosta, a procurarsi il combustibile, a mettere su gli
impianti di separazione del plutionio, eccetera.
Concludendo, è ovvio che non si può negare in
termini assoluti la possibilità che ci siano bombe atomiche in Iraq.
Risulta però da queste considerazioni che gli impianti necessari sono
praticamente al di la della portata di un paese come l'Iraq e che comunque
questi impianti sarebbero su una scala tale da essere facilmente rilevabili
sia da satelliti come da ispezioni al suolo. Appare chiaro dunque come di
tutti i paesi del pianeta l'Iraq è quello dove è più difficile pensare
che si possa fabbricare una bomba atomica.”
INTERVENTI:
ho
letto con attenzione e interesse l'articolo dell'agorà di Simone e anch'io
sono perfettamente d'accordo con lui sul tema della guerra verso l'Iraq.
Non
vedo motivazioni logiche che possano avvalere le tesi americane, ma solo una
grande ostinazione e un gran risentimento da parte di Bush verso Saddam.
Bush
vuole semplicemente finire ciò che suo padre non ha portato a termine e lo
vuol fare a qualunque costo, anche calpestando l'ONU e tutti paesi aderenti la
Nato. Non sono assolutamente d'accordo con chi dice che è necessario per
combattere il terrorismo. L'ONU farà i dovuti controlli e verificherà se
Saddam ha ancora delle armi per poter far del male e attentare alla vita di
qualcuno, anche se anch'io sono fermamente convinta che tra l'embargo e la
guerra sia molto difficile che possa farlo. Bush sta farneticando e le sta
provando tutte per ucciderlo.
Spero
che qualcuno intervenga e faccia smettere questo pazzo!!
Ti
sembrerà strano, ma io sono di destra. Finora ho ritenuto e ritengo ancora
che a volte le maniere forti servano con determinate persone, ma ora non mi
sembra proprio il caso. Se la destra appoggerà questa folle decisione credo
che non voterò + nella mia vita, perché non so + cosa sia la politica. Ieri
ho saputo che Mike Buongiorno probabilmente verrà nominato senatore a vita,
mi stava venendo il vomito e scusa la parola...........ma dobbiamo continuare
a pagare questi buffoni????
Antonella
Operazioni in
corso
-
Balcani
|
Joint
Guardian
|
Kossovo
|
11.VI.1999-200?
|
|
Allied
Force
|
Kossovo
|
23.III –
10.VI.1999
|
|
Determined
Force
|
Kossovo
|
8.X.1998
– 23.III.1999
|
|
Shining
Hope
|
Kossovo
|
5.VI.1999
– autunno 1999
|
|
Eagle Eye
|
Kossovo
|
16.X.1998
– 24.III.1999
|
|
Determined
Falcon
|
Kossovo e
Albania
|
15
-16.VI.1998
|
|
Determined
Effort
|
Bosnia-Erzegovina
|
VII. 1995
– oggi
|
|
Quick Lift
|
Croazia
|
3.VII –
11.VIII.1995
|
|
Nomad
Vigil
|
Albania
|
1.VII.1995
– 5 | | |