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Martignano.net rubriche: agorà archivio
La finestra sul web di Martignano (Le)
 

 

Agorà

 

 

archivio

 

 

di Simone De Riccardis

 

 

Carissimo Pantalion,

in concomitanza con la grande "marcia per la pace e contro il

terrorismo" prevista oggi a Roma (20 marzo 2004) ti invio, seppur con cronico e colpevole ritardo, un breve contributo per l'aggiornamento del sito Martignano.net.

 

La lettera è di Gino Strada ed è stata pubblicata su L'Unità il 14

marzo u.s.

Dopo la strage in Spagna che, a quanto pare, ha matrice

islamico-terroristica si rifà urgente e necessario un approccio

pacifista al problema Iraq e più in generale a tutta la questione

mediorientale.

Il contributo si inserisce bene nel discorso (purtroppo interrotto per lungo tempo) pacifista condotto su "Agorà", pur essendo pungente e critico anche nei confronti dei politici che anche dichiarandosi di sinistra non hanno il coraggio o la volontà di affrontare problemi cruciali, quali l'invio dei militari italiani in missione di guerra, da un punto di vista veramente di SINISTRA ed, in sostanza, uniformandosi e confondendosi con coloro che non hanno pudore nel dichiarare espressamente di voler violare e cancellare al più presto possibile la nostra Carta Fondamnetale che all'art. 11 si pone con decisione contro la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e come strumento di oppressione e offesa alla libertà di altri popoli.

Gino Strada ha chiamato i politici 'delinquenti', scatenando le ire

dei DS.

Richiesto di scuse, ha detto che non solo non si scusava ma ribadiva.

Traggo da una sua lettera (pubblicata sull'Unita'-14 marzo 2004)

Ecco il testo:

"Ho visto il mio paese portato in guerra, violando la Costituzione, da governi di centro-sinistra (per primi, dalla fine del secondo

conflitto mondiale) e da governi di centro-destra. Ho visto un governo di centro-sinistra orgoglioso di prendere parte ai bombardamenti. Ho assistito alla indecente teoria della guerra "umanitaria", per cui si e' ritenuto giusto seppellire sotto le bombe 5.000 cittadini di Belgrado e dintorni per punire i responsabili dell'assassinio di altri 2.200 civili massacrati in Kossovo. Ho visto il 92% del Parlamento votare per la guerra contro l'Afganistan. 10.000 civili morti e la guerra continua. E ho sentito leader politici di entrambe le parti compiacersi dell'invio "dei nostri ragazzi" in Afganistan, armati fino ai denti a partecipare alle scorribande dei rambo di Enduring Freedom.

Lo stesso vale per l'Irak, dove i militari italiani sono stati inviati

a prendere parte a una guerra di aggressione neo-coloniale, perche' qualcuno poi potesse spartirsi il bottino della "ricostruzione". Altri 10.000 Iracheni morti.

"I poveri vanno alla guerra, a combattere e a morire per i capricci,

le ricchezze e il superfluo di altri", scriveva Plutarco molti secoli

fa.

A me, semplice cittadino, basterebbe vivere - e mi batto per questo -in un Paese che crede nella pace e che la pratica. Anche per questo mi piace la nostra Costituzione. Invece devo constatare che il 90% del Parlamento italiano e' d'accordo nel violarne l'articolo 11, quando deve votare in materia di guerra e pace. In modi diversi, certo. Chi e' orgoglioso di violarla e se ne vanta (e in cuor suo vorrebbe anche sopprimerla), chi preferisce astenersi, chi resta fuori dell'aula.

Non e' questo un attentato alla Costituzione? Non e' un diritto contro i diritti di tutti - a cominciare dalle prossime vittime della guerra,del terrorismo, di Stato, di gruppi o di individui? Non e' un delitto contro la democrazia? Io penso di si'. Penso che sia un delitto compiuto dalla grande maggioranza dei politici e penso che chi, da politico, si renda corresponsabile in ogni forma di questo delitto non debba offendersi piu' di tanto quando gli viene fatto notare.

Gli offesi, quelli che avrebbero davvero il diritto di esserlo, se

fossero ancora vivi, sono i milioni di persone che, ogni anno,

dittatori e presidenti, golpisti o democraticamente eletti, per le

ragioni piu' varie mandano al macello, per Dio e per la patria, per la liberta' e per gli interessi della nazione.

Il movimento della pace, che io non rappresento ma di cui faccio

parte, questo chiedeva ai politici italiani (non all'opposizione ne'

alla "sinistra"): di rispettare la Costituzione, il diritto

internazionale, la Carta delle Nazioni Unite. E anche, se a qualcuno dovesse interessare, la coscienza civile del nostro Paese.

Tutto qui, niente di eroico. Invece il 90% dei parlamentari, ancora

una volta, non lo ha fatto. Ciascuno per le proprie alchimie e

interessi.

.......Rimane solo, per quel che mi riguarda, il diritto al dissenso

piu' profondo e la possibilita' - nel necessario e legittimo

pluralismo - di negare il mio voto a tutti quelli che violano la

Costituzione. Non si possono barattare la democrazia e i diritti nè la Costituzione, per assicurare qualche appalto "alle nostre imprese", che poi sono "le loro", nè per "entrare nel giro" delle potenze che contano.

Con amicizia

Gino Strada

 

 

Con stima

Simone De Riccardis

20 marzo 2004

 

 

N MEMORIA DI DINO FRISULLO

CRONACA NERA
Ali veniva, poniamo, da Zako.

Portava in tasca un pane di sesamo comprato in fretta con gli ultimi spiccioli nel porto a Patrasso pane caldo profumo di casa speranza di vita prima di calarsi nel buio del ventre del camion.
Ali aveva già visto l'Italia, poniamo. Aveva l'odore dolciastro del porto di Bari l'Italia gli piacque il castello svevo dalle mura merlate le luci gialle della città vecchia gli scaldarono il cuore ma il primo italiano che vide vestiva una divisa e fu anche l'ultimo.
Respingeteli, disse. Ali non capì le parole ma lesse lo sguardo le ginocchia gli tremarono poi si voltò contro il muro perché un uomo non piange.
Ali veniva da Zako, poniamo, e sapeva già usare il kalashnikov ma di raffiche ne aveva abbastanza e di agenti turchi irakeni americani arabi e di kurdi che ammazzano kurdi e di paura masticata amara con la fame e dell'eco delle bombe Qendàqur come Halàbje bombardieri turchi come gli aerei irakeni gli stessi occhi sbarrati contro il cielo che uccide.

 Ali, poniamo, aveva una ragazza rimasta sola la famiglia fuggita in Germania, con lei aveva sognato l'Europa con lei aveva cercato gli agenti turchi e turkmeni e kurdi, maledizione, anche kurdi per contrattare il passaggio della prima frontiera, batteva forte il loro cuore al valico di Halìl divise verdeoliva mazzi di banconote stinte di tasca in tasca nel buio e poi liberi corrono veloci i minibus da Cizre verso Mardin ogni mezz'ora un posto di blocco divise verdeoliva banconote via libera colonna di autobus veloce viaggiando solo di notte tre notti trenta posti di blocco zona di guerra da Màrdin ad Adàna poi veloci fino a Istanbul e quella notte ad Aksaray nel più lurido degli alberghi fra scarafaggi e zanzare e russare di ubriachi per la prima volta avevano fatto l'amore e per l'ultima volta.

Sul comodino un vaso di fiori stecchiti lei ne sfilò uno glielo regalò con un sorriso come fosse una rosa di maggio.
Fu all'alba che vennero a prenderli taxi scassati gabbiani a stormi contro il cielo grigio del Bosforo (Ali non aveva mai visto un gabbiano e neppure il mare) poi tutti a piedi verso un'altra frontiera in fila indiana nel fango in silenzio fino alle ginocchia nell'acqua del Méric ha la pistola il mafioso "più in fretta" sussurra, di là c'è la Grecia l'Europa è calda la mano di Leyla si chiamava Leyla, poniamo era calda la mano di Leyla prima che scoppiasse sott'acqua la mina prima che i greci cominciassero a sparare prima dell'inferno...

 Un uomo non piange ma il cuore di Ali restò a galleggiare fra i gorghi di melma del Méric mentre si nascondeva nel canneto perché i greci non scherzano e se ti consegnano ai turchi è la fine i maledetti verdeoliva che hanno intascato i tuoi soldi ti fanno sputare sangue nelle celle di frontiera.

Così in Grecia l'uomo si fa gatto si fa topo ragno gazzella nascondendosi di giorno negli anfratti marciando di notte fino a Salonicco e poi un passaggio da Salonicco a Patrasso giovani turisti abbronzati, poniamo, Ali ha la febbre batte i denti fa pena rannicchiato sul sedile della Rover è bella la ragazza straniera ma la sua Leyla era più bella più profondi del mare i suoi occhi. La Rover frena quasi sul molo c'è un traghetto che sta per partire di là c'è l'Europa davvero con gli ultimi soldi paga il biglietto per Bari Ali il mare non l'aveva mai visto fa paura di notte il mare ti chiedi quanto sarà profondo (erano più profondi i suoi occhi) ma un uomo non ha mai paura e il cielo dal mare non è poi diverso dal cielo dei monti di Zako nelle notti chiare.

Fa più paura la polizia di frontiera "ez kurd im."

"Ma che vuoi, che lingua parli, rispediteli a Patrasso ne abbiamo abbastanza di curdi qui in Puglia non bastavano i cinquecento dell'ultima nave, chiudeteli nella cabina che non scendano a terra sennò chiedono asilo..."

E' triste il cielo dal mare come il cielo dei monti di Zako nelle notti scure.

E' duro esser kurdi su un molo sperduti fra il cielo ed il mare erano in dieci, poniamo, che quella notte a Patrasso contrattarono in fretta seicento dollari a testa disse il camionista non uno di meno seimila dollari quei dieci corpi quasi il valore di un carico intero e il suo amico Huseyn pagò anche per lui prima di coricarsi abbracciati nel buio stretto il pane di sesamo in tasca stretto in mano un fiore secco in dieci stretti fra le balle di cotone che ti penetra in gola negli occhi nel naso ti toglie il respiro...

E' cronaca nera
MORTI SOFFOCATI SEI CLANDESTINI IN UN TIR
è politica

MILLE CLANDESTINI RESPINTI NEL PORTO DI BARI
è diplomazia
ACCORDO CON LA GRECIA SUI RIMPATRI
è ipocrisia
ROMA CHIEDE COLLABORAZIONE AD ANKARA
è propaganda
INASPRITE LE PENE CONTRO I TRAFFICANTI
è nausea è rabbia è dolore

Sotto le stelle di Zako mille Ali sognano l'Europa in Europa sogneranno il ritorno e nella nebbia di Amburgo, poniamo, nella gelida nebbia senza stelle Huseyn bussa a una porta ha da consegnare una cattiva notizia un pane di sesamo secco e un fiore stecchito...

 

Dino Frisullo, ottobre 2000

 

 

I MIGRANTI

 

I migranti sono uccelli liberi che cambiano Paese secondo le stagioni.
Li accompagnano venti diversi che soffiano con dolcezza o rabbiosamente mentre il respiro è affannoso le mani protese verso radici profonde e millenarie lo sguardo smarrito dentro orizzonti sempre misteriosi.


I migranti si muovono su un palco dove sta andando in scena una rappresentazione drammatica che non vuole protagonisti ma solo comparse smarrite tra scene grandiosi, esilaranti, ammirevoli ma sostenute da ponteggi d’argilla.


I migranti sono uno spettacolo che appartiene alla natura:
come il sorgere ed il tramontare del sole, il cielo stellato, il mare, ora placido ed ora posseduto dalla tempesta, oltre ogni confine.
I migranti sono i nomadi.


Io, come te, sono un migrante o lo erano i tuoi avi, i miei avi, o lo saranno generazioni future.
Sono la gente che supera le colonne d’Ercole.
Gli europei prima di essere americani o latini nella terra di altri popoli che non divennero migranti perché furono derubati, umiliati, assassinati.


I migranti sono sugheri galleggianti come la terra della Terra, gocce d’acqua che inventano gli oceani e le lagrime e il sudore e sorgenti e fiumi e laghi che nessuna diga può contenere.
Il filo spinato eretto dai nemici dell’umanità e i loro lager sono solo l’impotenza dei vigliacchi.
I migranti sono gocce d’acqua continuamente inquinate da untori senza scrupoli.


I migranti sono le vittime preferite di disgustose iene voraci che hanno venduto l’anima al mercato delle mediocrità, sciacalli senza onore avvoltoi senza ali e senza coscienza codardi armati che si vendono per un nulla che chiamano denaro.


Niente e' più meraviglioso di un migrante:
ha la potenza di camminare, sa digiunare, sa aspettare nel piccolo spazio del suo cuore sono raccolte tradizioni e amori antichi, in un angolo del suo cervello i sogni e le speranze, la leggenda e la storia.

Un migrante ha i valori di tutto l’universo, dell’immenso mondo esteriore ed interiore.
I suoi occhi profondi e incredibilmente sorridenti, esplorano ogni piccola stazione, ogni oasi, ogni angolo del pianeta e poi si confondono con una stella cometa e i desideri non sempre
appagati.
Occhi che comunicano i segreti di questa umanità confusa:
occhi: velati, lucenti, vergognosi, fieri, anch’essi tutto l’arcobaleno e intanto bestie feroci li osservano furtivamente per renderli perseguibili per legge.

I migranti sono esseri liberi che cambiano Paese secondo le stagioni.
I ladri di storia, di potere, di dignità ed emozioni invece uccidono anche i miraggi e non sapranno mai che la pace come l’amore, un abbraccio come il contaminarsi, sono frutti oltre il tempo maturati tra i raggi della ribellione, della rivoluzione, della liberazione, dell’emancipazione.

Non sapranno mai che le nostre strade sono composte da una miriade di piccoli sassi che hanno la luce e la ragione di tutti i popoli che le hanno percorse.

I migranti sono anche navi nella bufera che lottano contro i flutti, le avversità e la miseria nonostante siano nati ricchi nonostante siano la fonte del diritto.

I migranti sono l’etica dell’essere contro quella dell’avere.
Sono un faro su percorsi stranieri.
Sono le nostre metropoli per non essere soli, la nostra eredità.

I migranti sono energia a volte dispersa o sfruttata per il privilegio di parassiti senza qualità.
L’umanità e' migrante!

Migrante e' tuo padre e tua madre e altri ed altre prima di loro.
E’ davvero una grande fortuna che i migranti siano uomini e donne che cambiano Paese come cambiano le stagioni.

Siamo tutti migranti, ma solo alcuni vengono costretti ad essere clandestini:
quando verrà il tempo in cui uomini e donne saranno liberi cittadini e la nostra patria il mondo intero?


DINO FRISULLO

 

 

 

  In questo periodo di feste sacre e consumistiche vorrei farvi leggere queste righe  di don Tonino Bello, già vescovo di Bari, che fino all’ultimo minuto della sua vita è stato a fianco degli oppressi, degli emarginati, a fianco di chi non ha nessun diritto, a fianco di chi fugge e lavora duramente per cambiare la propria vita e che spesso viene considerato diverso solo perché ha la pelle scura o perché non mangia carne di maiale o perché parla una lingua a noi incomprensibile.

Extracomunitario, immigrato, irregolare, clandestino, o più semplicemente “marocchino”, così la cultura razzista e xenofoba di cui tutti siamo responsabili e succubi allo stesso tempo ci impone di chiamare (e di considerare) il migrante; dimenticandoci che una volta anche i nostri nonni e i nostri genitori sono stati migranti per necessità.

In questi giorni in cui tutti ci impegniamo a comperare il telefonino più bello o il computer più costoso, a preparare il pranzo più ricco o il cenone più sfizioso, in questi giorni in cui ci assale uno stress del benessere e della opulenza vorrei augurare buone feste anche a chi non può festeggiare, a chi trascorrerà il Natale al freddo o in un’umida stanza sognando la sua terra lontana, pensando alla sua famiglia e sperando in un nuovo anno che sia migliore di quello che sta per spegnersi, con minori difficoltà o semplicemente con meno solitudine!

Simone De Riccardis

 

«Soldato Jessica, un falso»

La Bbc accusa i media americani: tutto inventato

 
Tutto molto bello, drammatico e commovente. Peccato che fosse anche mezzo falso e sceneggiato come un film. Parliamo del fenomenale salvataggio della prigioniera Jessica Lynch, passato alla storia come uno degli episodi più
eroici della guerra in Iraq, ma già pugnalato alle spalle dal revisionismo dei media britannici.

L'accusa, in poche parole, è che il Pentagono avrebbe
manipolato la vicenda a uso e consumo dei giornalisti americani, che hanno abboccato per convenienza e scarsa professionalità. Una vergogna brandita dagli inglesi come un martello, allo scopo reale di sfasciare l'intera copertura della guerra offerta dai colleghi Usa.

  La vicenda la conoscono tutti.

 Jessica era una soldatessa di 19 anni, inquadrata nella 507th Ordnance Maintenance Company dell'esercito americano. Il 23 marzo il suo reparto imboccò una strada sbagliata a Nassiriya e finì sotto il fuoco nemico. Nove colleghi della Lynch furono uccisi e altri cinque catturati, e poi mostrati in televisione coi volti tumefatti. Lei, invece, era dispersa. Qualche giorno dopo, però, era successo il miracolo. Secondo la vulgata del Pentagono un avvocato di Nassiriya, Mohammed Odeh al-Rehaief, aveva visto Jessica nell'ospedale dove lavorava sua moglie e aveva deciso di aiutarla. Quindi era andato dagli americani per rivelare dove stava, e il primo aprile le forze speciali avevano lanciato un raid spettacolare su Nassiriya, liberando la soldatessa. L'operazione era stata ripresa e trasmessa in tutto il mondo. Il portavoce del Comando centrale, generale Brooks, aveva dichiarato che «alcune buone anime hanno messo le loro vite a rischio per salvarla», e fonti militari avevano rivelato che la Lynch era stata accoltellata, ferita da spari e schiaffeggiata dai suoi carcerieri.

La storia aveva commosso l'America, proprio nel momento
in cui la guerra non sembrava andare per il meglio, e aveva suscitato sentimenti così patriottici che la televisione Nbc ha già messo in lavorazione un film, mentre l'avvocato al-Rehaief ha ottenuto l'asilo negli Stati Uniti per sé
e la sua famiglia, più un contratto da 500 mila dollari per scrivere un libro che uscirà in autunno.

  A guerra finita, però, il corrispondente della tv britannica Bbc John Kampfner è andato a Nassiriya e ha scoperto un'altra
verità:.

«Io - gli ha detto il dottor Harith a-Houssona - ho visitato Jessica. Le abbiamo dato uno dei due letti migliori che avevamo, un'infermiera fissa, e tre litri di sangue donati da noi medici, perché non ce n'era altro. Aveva un braccio e una gamba rotte, e una caviglia slogata. Non c'erano tracce
di sparatorie, proiettili nel suo corpo o ferite da coltello: solo gli effetti
di un incidente stradale. Vogliono distorcere la realtà. Non so che cosa
ci guadagnano a dire che aveva ferite da arma da fuoco».

Non solo, ma secondo i testimoni non c'era nemmeno bisogno di fare il raid militare, perché i soldati iracheni e i Fedayn avevano abbandonato due giorni prima la città.

«Noi - ha spiegato il dottor Anmar Uday - siamo rimasti sorpresi. Perché
quella sceneggiata? Non c'erano militari nell'ospedale. E' stato come un
film di Hollywood. Loro gridavano Via, via! e sparavano a salve. Uno show, un film d'azione come quelli di Sylvester Stallone o Jackie Chan, con salti, spari e porte sfondate».

E pensare che due giorni prima il dottor a-Houssona aveva caricato Jessica su un'ambulanza per riconsegnarla agli americani, ma gli avevano sparato al posto di blocco ed era dovuto tornare indietro.

Qual è, dunque, la versione autentica? E' difficile verificare, ma la Bbc cita fonti militari britanniche molto critiche, come il capitano Al Lockwood del Comando centrale: «Avevamo due stili diversi di gestione dei media.
Per fortuna io facevo parte di quello britannico». Anche il direttore generale della Bbc, Greg Dyke, ha alzato la voce allargando il problema: «Personalmente sono rimasto chockato, mentre ero negli Usa, da quanto acritica è stata la copertura dei media in questa guerra. Si sono avvolti nella bandiera del patriottismo senza fare domande». Una chiave di questo fiasco o successo, a seconda dei punti di vista, sono stati i famosi giornalisti che il Pentagono ha aggregato alle truppe, seguendo i consigli dei produttori di Hollywood come Jerry Bruckheimer, autore di «Black Hawk Down». Hanno trasmesso la guerra in diretta, ma ovviamente potevano andare solo dove volevano i militari, coi quali poi dovevano confrontare le notizie da rivelare. 

  E' stata tutta propaganda?

Parecchi media, sembrano aver dimenticato quello che Thomas
Jefferson, uno dei padri fondatori degli Usa, scrisse nel 1787:

 «Tra uno Stato senza giornali, e giornali senza Stato, non esito un istante a preferire i secondi».



Da La Stampa, 17 maggio 2003

 

SPEGNIAMO LE TV *  

Un esercito di roditori è al lavoro. Siccome la realtà è sporca, ambigua, vi si scontrano e vi si intrecciano passato e futuro, cinismi e passioni, non accade mai che un movimento di opinione, di strada, di incontro tra persone e nella comunità che ciascuno sceglie come sua, affermi limpidamente e definitivamente la sua novità e la sua indiscutibile ragione.
Accade quindi, per esempio, che politici e "opinion makers", quelli che riempiono ogni giorno l'attenzione del pubblico dalle tv e dai giornali, stiano cercando di rosicchiare un poco alla volta, passata quella che essi stessi chiamano l'"emotività" dei primi giorni di guerra, le ragioni su cui il no all'invasione dell'Iraq si fonda.

Le fonti, sono, in generale, la disinformazione sistematica che viene dai comandi e dai governi impegnati nella guerra. Un'arma come i missili o i carri armati, di cui tutti conoscono funzionamento e impatto, sanno che è la forma della guerra moderna (tanto è vero che gli iracheni, a loro volta, tentano in ogni modo di tenere accesa la loro televisione). Eppure, i telegiornali, gli infiniti "talk show", i giornali, si riempiono di false notizie, di contraddizioni e smentite, di ipotesi e contro-ipotesi, di analisi militari disparate e di voci affannate di inviati al fronte che, essendo lì, non vedono niente, perché sono "embedded", incorporati nella Us Army, e devono obbedire.
Il risultato di tutto questo - qualunque analista dei media lo sa - è una tempesta di sabbia che acceca, che nasconde la sola verità della guerra: la morte violenta di esseri umani, in divisa e non.

Ma il peggio precipita sul giudizio da dare sugli avvenimenti. Le presenze prevalenti, su giornali e tv, sono divise in due.

 

Da una parte c'è la destra, che ha scelto di nascondere, per il momento, la sua adesione all'idea di fondo di Bush: che per rafforzare, rinnovare il dominio statunitense (e neoliberista) sul mondo, non c'è che un modo: la forza. Solo che in Italia l'ondata di avversione alla guerra è, per varie ragioni, tra le più grandi al mondo, e dunque Berlusconi, come scrive Manuel Vázquez Montalbán, è "desaparecido", e solo gli ultrà come Feltri e Ferrara vorrebbero marciare con le bandiere stelle e strisce.
Ma questo non significa che si siano arresi. Basta guardare Bruno Vespa, o il tg di Enrico Mentana, che un tempo vantava la sua sobrietà "professionale", per capire come negli interstizi delle "informazioni" si lascino cadere, goccia dopo goccia, pregiudizi indiscutibili. L'"America" è la democrazia, bisogna "liberare" gli iracheni da Saddam, i prigionieri statunitensi sono "ostaggi", cioè vittime di un sequestro di persona, e così via. E la politica, cioè i media, discutono per giorni su Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, colpevole di aver detto "né con Bush né con Saddam", cioè "né con lo Stato né con le Br", e via un diluvio di editoriali e dichiarazioni all'Ansa: salvo che Epifani non ha mai detto una cosa del genere, o comunque voleva argomentare, ciò che nella semplificazione dei messaggi non è consentito, si viene inchiodati a una parola, a una frase.
Oppure, in versione più intelligente, si insinua, si allude. E quando Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere della Sera, scopre (con deplorevole ritardo) l'enorme forza simbolica della bandiera della pace, e prende atto che, sul piano dei linguaggi, il movimento per la pace ha stravinto sugli strateghi dei marketing, lo fa per attribuire quella bandiera alla "sinistra": che descrive come un blob politico-ideologico capace di cambiare colore come un camaleonte. Dove il messaggio è: cari lettori cattolici, o senza partito, o persone comuni, sappiate che siete utili idioti in mano ai "comunisti". E non è interessante capire se Galli della Loggia finge di non capire o proprio non sa interpretare il nuovo: quel che resta è che il nuovo spazio democratico che il movimento per la pace sta costruendo, in cui "destra" e "sinistra" sono concetti relativi e invecchiati, viene sepolto, sui media, da calcoli del momento e piccoli cinismi.


E poi c'è l'altra parte, quella cui è riservata una certa percentuale di "visibilità" sui media, la sinistra appunto, o per meglio dire il centrosinistra. Che è sì stato trascinato a votare contro l'uso delle basi in Italia per la guerra (anche se capita poi che i paracadutisti partano da Camp Ederle, Vicenza, perché Berlusconi è un mentitore), ma hanno capito talmente poco, di quel fenomeno che essi chiamano "i movimenti", da indire la manifestazione di Piazza del Popolo, l'altro sabato, per ristabilire le gerarchie: a noi, alla politica, spetta stare nella cabina di comando, in nome del "progetto", della "sintesi", della "rappresentanza", infine della "democrazia". E d'altra parte, come scrive ogni giorno sul Corriere della Sera quel sant'uomo di Stefano Folli (la cui rubrica è da leggere perché espone con grande limpidezza le tattiche senza senso della politica, preda di un autismo incurabile), il centrosinistra resta aggrappato all'idea che, per ridiventare "forza di governo", si debba mostrare "responsabilità" e attaccamento all'"occidente". Infatti, come ogni parlamentare onesto potrebbe testimoniare, l'Ulivo ha votato contro l'uso delle basi soprattutto perché, altrimenti, la sua posizione sarebbe stata identica a quella ipocrita di Berlusconi. Tattica: differenziarsi dall'"avversario". I principi, i contenuti, il realismo estremo (come ha scritto un insospettabile come Claudio Magris) di chi è contro la guerra come metodo di governo del mondo, tutto questo è accessorio.


Il risultato è che lo "scontro", nei media, avviene tra persone che condividono, nella sostanza, gli stessi presupposti ideologici (nel senso deteriore: la democrazia, il mercato, l'Occidente...), e si dividono sull'occasione, preoccupati soprattutto di fare bella figura dal punto di vista dell'"efficacia" televisiva, capello a posto e cravatta d'ordinanza. Mentre, nel frattempo, il vero antagonista, messo in scena occasionalmente dai media come "caso umano" (un prete particolarmente radicale, un disobbediente arrabbiato, un pacifista moralista, un intellettuale troppo diverso dal contesto televisivo in cui si trova per essere credibile, un antico leader di defunti movimenti…) viene escluso, cancellato, diffamato, messo in caricatura. E perfino il Tg3, la cui inviata Giovanna Botteri fa il suo mestiere con esemplare dignità, diventa "il tg di Saddam".


Ecco lo stato non dell'"informazione", ma di quell'impasto che unifica politici e giornalisti nel lavoro diuturno della fabbricazione dell'"opinione pubblica", che essi immaginano formata da "gente comune" inventata e da sondaggi istantanei e decerebrati.
Wu Ming ha scritto, sul numero in edicola di Carta, che "ridanciani salotti bellici spandono melassa, arruolano ogni sorta di leccaculo, accreditano ogni balla preconfezionata", e aggiunge: "Tutto inutile, il mondo è per strada, diserta la guerra catodica… per trasformarsi nel più grande medium di massa che la storia dell'umanità abbia conosciuto".

 

Ecco la morale: spegniamo le tv, accendiamo le teste.

*Brano tratto dal settimanale Carta

 

Lettera da Beirut

Dal balcone dell’abitazione dove sono alloggiato a Beirut vedo in lontananza catene imbiancate di monti e un lungo saliscendi di collinette e paesini arrampicati. Il cielo è sereno,  l’aria tiepida del sole invita a scrutare ancora il panorama in cerca di bellezze e visioni, le stesse che assillano la fantasia del viaggiatore appena arrivato. Poi d’improvviso come un pugno nello stomaco, traditore e viscido, mi appare in tutta la sua spettrale presenza l’ipocrisia della guerra!!!

Lo sguardo non è più lanciato nell’orizzonte lontano, si è fermato come pietrificato e impotente davanti alle case che mi circondano e nella loro solitudine immensa, come fantasmi senza tempo, scorgo quello che i retorici e gli umanisti della realpolitik chiamano effetti collaterali. Necessari, dicono, a volte utili, perché per sconfiggere il nemico non bisogna avere emozioni o tentennamenti. Già,  effetti collaterali.

Non ci potrebbe essere definizione più vuota, insapore, inodore e indolore per definire il risultato di un bombardamento durante una guerra; nessuna altra definizione potrebbe rendere così neutro e in fondo menefreghista liquidare distruzione e morte come “effetto collaterale”.

Qui la guerra è finita da qualche anno, il novanta per cento degli edifici della capitale sono stati distrutti sotto il bombardamento, le vittime civili sono state a centinaia. (d’altra parte le statistiche di tutte le guerre nell'ultimo mezzo secolo evidenziano sempre lo stesso dato, questo!). Ma la guerra è ancora qui, silenziosa, innocua (o forse immersa in un lungo sonno d’oblio), sgraziata, disperata ma maledettamente presente. La giornata radiosa appena intravista dal balcone è tornata cupa come i giorni di pioggia appena trascorsi, lo stesso fastidioso sgomento rincorre il mio pensiero ma non è l’incessante martellare della pioggia che affanna il respiro!

Un edificio squarciato dai colpi di un mortaio lontano mi si para davanti, e a lato un’altra palazzina è sventrata al secondo e terzo piano come un povero disegno monco (non riesco a capire come ancora resti in piedi, in bilico com’è sui pochi pilastri superstiti), più in basso si percepisce l’impronta di quella che forse un giorno era una piccola e dignitosa casa: tre o quattro ambienti divisi con scrupolo, forse da un lato la cucina e più avanti la camera da letto e un piccolo giardino intorno dove chissà, forse voci di bambini innocenti giocavano come fa ogni giorno mio figlio. Sono rimaste le fondamenta e i muri divisori, bruciacchiati e anneriti dal fumo omicida, e tutt’intorno detriti e calcinacci insieme a spazzatura ed erbacce, il giardino è diventata una specie di discarica a cielo aperto, dove il ricordo di antiche bellezze è ormai finito per sempre. Continuo a scoprire questo spaventoso panorama e mi accorgo che non c’è un palazzo, un’abitazione, una casa né un muro qualsiasi che non sia stato offeso dalla guerra.

Mi giro d’improvviso e guardo i muri del balcone dove sono affacciato.

Un brivido gelido mi corre lungo la spalla, il muro circostante la finestra da dove sono uscito è ricamato da decine di buchi e fori, alcuni più profondi, altri con circonferenze perfette e altri ancora che hanno portato via l’intonaco intorno, come un tumore maligno esprimono perfettamente la loro furia devastante. Penso che quei segni rimasti come testimoni silenziosi e immutati nel muro significhino anche l’immensa tragedia della guerra, di questa passata come di quella che degli imbecilli ostinati vogliono a tutti i costi: non ci sono vinti nelle guerre, la follia omicida non genera nient’altro che odio e distruzione perché non cerca la soluzione dei problemi quanto la convenienza del momento, anche a costo di sacrificio umano e materiale.

Gli effetti collaterali, appunto.

Ogni edificio intorno racconta questa verità, ogni edificio intorno è rimasto con queste ferite, perché le ferite di guerra non possono essere rimarginate, forse solo il tempo e l’età ne attenuano la tragedia (ricordo mio nonno, pochi anni prima di morire, vecchio e disincantato, raccontare con voce tremula la grande guerra di 40 anni prima!). E qui, in questo lembo di terra affacciato sul Mediterraneo, queste case, sforacchiate come un grande groviera insano non fanno altro che ricordare quanto tutto ciò non sia altro che distruzione, dolore e morte. La morte non solo fisica ma anche morale, l’odio viscerale e violento si alimenta di tutto questo, scava come un verme nella carcassa della sua vittima finché non lo vince, facendolo tornare ancora e di nuovo morte, distruzione. 

Pare che anche le rappresentanze diplomatiche italiane in Libano consiglino ai propri connazionali di “mantenere basso il proprio profilo”, meglio non far sapere troppo in giro che si è italiani, l’insana sudditanza del governo Berlusconi agli USA è vissuta con estremo disagio negli ambienti dell’ambasciata italiana in Libano. Incredibile, si dice, noi che sempre siamo stati visti dagli arabi come vicini e attenti mediatori, comunque mai schierati e schiacciati nella nostra autonomia decisionale.

È un immane tragedia quella che si sta preparando, ancora più tragica perché perseguita con lucida, perversa e infame follia omicida!!

Sui giornali di Beirut il leader Walid Jumblatt (più volte in visita anche nella nostra piccola Martignano. N.d.:R.) ha dichiarato esplicitamente: Bush e Blair sono dei repressi sessuali, Berlusconi è viscido come Mussolini. Andrebbero fermati, per il bene dei loro paesi e dell’intera umanità.

E le case intorno sono sempre sforacchiate e ferite, violentate e mortificate per sempre, senza speranza. Qui poi, in questa strada periferica dove alloggio è ancora peggio, tutto è qui a vista e senza inganno, lontano mille miglia dagli sfarsi e dalle luci della ricostruzione che ha rinnovato il centro della città, dove di giorno tutti ci vanno al lavoro ma di sera rimane sola e vissuta dai pochi privilegiati che possono, quelli che in ogni parte e sempre non subiscono mai gli strazi dei conflitti, quelli che riescono sempre a far parte dei vincitori qualunque sia la bandiera che sventoli sui cannoni assassini, quelli che fanno le speculazioni sulle azioni di guerra, quelli che godono dei benefici che la sofferenza altrui comporta, quelli che fanno affari con l’amico e col nemico a seconda delle convenienze, quegli stessi che vendono e acquistano distruzione.

Perché la guerra è un affare!

Un affare vantaggioso e sicuro, basta sapere da che parte stare e quando sia ora di lasciare la scena per rientrare al momento giusto: dopo gli effetti collaterali ci sono sempre commesse da conquistare e appalti da gestire.

È un gioco sporco che non tutti sanno fare, come una partita a poker tra bari professionisti, “The game is over”, ipocrita e falsa verità spiattellata sul tavolo degli idioti che annuiscono senza sapere, che alla fine il bottino non potrà essere spartito tra molti!!!

Lo stesso gioco del terrorismo insano: e non è forse una logica terrorista quella che oggi alimenta lo spirito di governi guerrafondai (tra cui quello italiano) sensibili più alle precise oscillazioni di borsa che agli incerti sensi delle parole “effetti collaterali”?

Le strade e le case del Libano raccontano questa verità, da quest’angolo di mondo le questioni appaiono chiare e spietate come il foro delle pallottole nei muri delle case.  Come lo squarcio nel ventre del palazzo che si affaccia sul mio balcone, come le morti silenziose che tutti questi muri raccontano, come l’infanzia tradita di bambini senza sogni.

Ieri sera sono stato a Tiro, nel sud del paese, a pochi km dal confine israeliano e dopo tre check point militari. Armi spianate, tute mimetiche e filo spinato in strada. Su alcune torrette più alte, vedette di guardia e sul ciglio della strada camion e blindati pronti. Anche il nemico è li da qualche parte a pochi km, con lo stesso armamentario e le stesse intenzioni, ma con un vantaggio, sono appostati sulle colline e controllano il territorio dall’alto. Le colline controllate da Israele, sparse qua e la lungo una piccola fascia di terra s’incuneano come una lama minacciosa in terra libanese, pronte a future e preventive necessità?

Lungo la strada, ancora altro da scoprire. La moschea personale di un tipo, pieni di soldi (non sudati dice la gente) e mitomane, guarda caso anche lui tra quelli che contano nel governo libanese.

Lo riveriscono e lo sbeffeggiano al tempo stesso perché pensa di comprarsi il paradiso “ergendosi la moschea più grande”, pare che si sia definito come un altro mitomane nostrano, l’unto del Signore, forse per questo lo tengono in seconda fila nonostante le presunzioni e le appariscenze, confuso tra
le tanti voci del governo almeno non fa danni!!!!

Un lungo muro, bianco e interminabile d’improvviso appare e affianca lungo la strada la nostra auto. Un lungo muro che divide la strada dal resto, un lungo muro di sopraffazione e umanità negata. È uno dei più grandi campi profughi palestinesi in terra libanese. Un grande campo d’accoglienza negata, anzi peggio, forzata e mal sopportata. Decine e centinaia di esseri concentrati
in un’area dove il lungo muro interminabile definisce meglio di ogni altra cosa l’ignobile essenza di tutte le guerre guerreggiate (sia di quelle militari come quelle economiche), la negazione della dignità umana nella repressione delle sue potenzialità: di movimento, di lavoro, di incontro, di festa, di umanità piena.  Nel campo c’è comunque vita, c’è pur sempre speranza, c’è resistenza, anche in questo mondo che di fratelli musulmani ne conosce molti ma ne seleziona pochi: i palestinesi espulsi nei campi mentre gli arabi del golfo nelle centralissime, sfarzose e rinomate vie di Beirut.

A pochi km dal confine iracheno guardo con fredda sincerità questa nuova guerra santa, ignobile  e  spudorata come tutte le altre,  figlia di menti incivili e morbose, senza scuse e senza perché, senza ideali e senza passioni; nessun impero è mai resistito alle sue contraddizioni, la resistenza continua!

Sono stati giorni di pioggia e freddo, nonostante tutto l’arcobaleno che splende su questo cielo di Beirut non è un inconveniente!

                                                                Carlo Mileti


Beirut, 06/02/03

 

Fratello marocchino  

Perdonami se ti chiamo così, anche se col Marocco non hai nulla da spartire.

Ma tu sai che qui da noi, verniciandolo di disprezzo, dia­mo il nome di marocchino a tutti gli infelici come te, che van­no in giro per le strade, coperti di stuoie e di tappeti, lanciando ogni tanto quel grido, non si sa bene se di richiamo o di sof­ferenza: tapis!

La gente non conosce nulla della tua terra. Poco le importa se sei della Somalia o dell’Eritrea, dell’Etiopia o di Capo Verde. A che serve? Per il teatro delle sue marionette ha già ritagliato una maschera su misura per te. Con tanto di nome: marocchino. E con tutti i colori del palcoscenico tragico della vita. Un berretto variopinto sul volto di spugna. I pendagli di cento bretelle cadenti dal braccio. L’immancabile coperta orientale sulla spalla ricurva. E quel grido di dolore soffocato dalla paura: tapis!

Il mondo ti è indifferente. Ma forse non ne ha colpa. Perché se, passandoti accanto, ti vede dormire sul marciapiede, e convinto che lì, sulle stuoie invendute, giaccia riversa solo la tua maschera. Come quella di Arlecchino o di Stenterello, dopo lo spettacolo. Ma non la tua persona. Quella è altrove. Forse è volata via su uno dei tanti tappeti che nessuno ha voluto comprare da te, nonostante l’implorante sussurro: tapis!

Dimmi, marocchino. Ma sotto quella pelle scura hai un’anima pure tu? Quando rannicchiato nella tua macchina con­sumi un pasto veloce, qualche volta versi anche tu lacrime amare nella scodella? Conti anche tu i soldi la sera come facevano un tempo i nostri emigranti? E a fine mese mandi a casa pure tu i poveri risparmi, immaginandoti la gioia di chi li riceverà? E viva tua madre? La sera dice anche lei le orazioni per il figlio lontano e invoca Allah, guardando i minareti del villaggio addormentato? Scrivi anche tu lettere d’amore? Dici anche tu alla tua donna che sei stanco, ma che un giorno tornerai e le costruirai un tukul tutto per lei, ai margini del deserto o a ridosso della brughiera?

Mio caro fratello, perdonaci. Anche a nome di tutti gli emi­grati come te, che sono penetrati in Italia, con le astuzie della disperazione, e ora sopravvivono adattandosi ai lavori più umili. Sfruttati, sottopagati, ricattati, sono costretti al silenzio sotto la minaccia continua di improvvise denunce, che farebbero immediatamente scattare il «foglio di via» obbligatorio *.

Perdonaci, fratello marocchino, se, pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso dite. Anzi ripetiamo su dite, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violen­ze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera.

Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamen­te la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di migranti come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro *.

Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti dia­mo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa, non ti abbiamo cercato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria. Perdona soprattutto me, vescovo di questa città, che non ti ho mai fermato per chiederti come stai. Se leggi fedelmente il Corano. Se osservi scrupolosamente le norme di Maometto. Se hai bisogno di un luogo, fosse anche una chiesetta, dove poter riassaporare, con i tuoi fratelli di fede e di sventura, i silenzi misteriosi della tua moschea. Perdonaci, fratello marocchino. Un giorno, quando nel cie­lo incontreremo il nostro Dio, questo infaticabile viandante sulle strade della terra, ci accorgeremo con sorpresa che egli ha… il colore della tua pelle.  

                                                        don Tonino, Vescovo  

P.S.  Se passi da casa mia, fermati.  

* Naturalmente il riferimento è  rivolto alla precedente legislazione, rispetto alla Bossi-Fini molte cose sono cambiate per i migranti: in peggio!  [N.d.R.]

“Grazie Signore nostra pace,

grazie perché i nostri occhi rattristati per l'agonia lenta di tutti i sud della terra, tornano a guardare ad oriente da dove nasce il sole, e ne intravedono all'orizzonte i primi raggi di giustizia. Possiamo chiederti Signore, che al più presto si costruisca finalmente un presepe coi reticolati ormai smessi dei campi profughi palestinesi o con gli abeti della Cambogia, con le mitragliere del Libano, con i bossoli disinnescati che devastano Timor?

Non deluderci Signore, preservaci dalla tristezza di dover concludere che troppo poco è durata la stagione della nostra speranza.”.  

                                                      don Tonino Bello  

Martignano 21-12-2002

Lancio un tema di discussione che purtroppo è sempre attuale: Venti di Guerra.

Venti di guerra

L’amministrazione Bush ha deciso – sino a prova contraria – un attacco di guerra all’Iraq, una nuova Guerra del Golfo,  con l’intento di “terminare” uno Stato facente parte di  un oscuro “Asse del Male”. Secondo me si tratta di una grave decisione unilaterale e di un tentativo di imporre e giustificare una nuova dottrina dell’intervento militare da parte della maggior potenza militare del pianeta: la cosiddetta guerra preventiva. Questa dottrina pretende che dopo l’11 settembre di un anno fa gli USA debbano attrezzarsi a una guerra senza fine non solo contro il terrorismo ma contro interi Stati che hanno, a loro avviso, rapporti con la rete del terrore, oppure che stiano preparando armi di distruzione di massa e siano considerati “Stati canaglia”, inaffidabili, pericolosi.

L’avventura bellica perorata da Bush – per adesso in Europa appoggiata da pochi governi e premier, tra cui si distingue per grottesca sudditanza Berlusconi – si configura come una tappa ulteriore e successiva di una guerra diffusa, permanente, globale. Siamo al di fuori da quel poco che resta del diritto internazionale, siamo al di là del bene e del male, siamo alla ostinata volontà di potenza.

La prima Guerra del Golfo causò qualcosa come trecentomila morti, quasi tutti tra gli iracheni, quasi tutti tra i civili. Le conseguenze durano tuttora, tra le conseguenze ricordiamo i tumori causati dell’uranio impoverito (che hanno colpito anche i marines) e il duro embargo imposto dagli USA. Non è provato nessun collegamento tra Saddam e Bin Laden. Il dittatore di Bagdad non possiede l’atomica né potrebbe usare le sue armi vere o presunte contro gli USA.* Questa guerra vuole imporre un’idea aggressiva dell’Occidente ai paesi arabi del petrolio e a tutto il mondo islamico, aggraverà l’irrisolta questione del conflitto tra Israele e palestinesi, alimenterà l’odio di cui si nutre il terrorismo islamizzante fondamentalista.

La parte più aggressiva della destra repubblicana USA (alleata con destre militari e religiose e corporation del petrolio) è disposta a svincolarsi dall’ONU e dagli stessi alleati occidentali recalcitranti, a disfarsi, se è il caso della stessa NATO se inadeguata allo scopo, a imporre situazioni di fatto da gestire successivamente.

Si configura così un’idea pazzesca di globalizzazione armata che contraddice vistosamente la propaganda del neoliberismo come soluzione moderna dei conflitti. Al nuovo disordine internazionale si propone un nuovo ordine imperiale insostenibile e distruttivo, per tutti e per tutto il pianeta.

L’importante novità è la diffusa e crescente opposizione a questa deriva di guerra: in Europa e nel mondo, tra religiosi, sindacati, settori di sinistra, società civile, personalità e intellettuali. Siamo tutti chiamati alla mobilitazione contro gli scenari di una guerra che non ci appartiene e le cui conseguenze non sono certo prevedibili né previste dagli strateghi di Washington.

Un Europa che aspiri a una democrazia sovranazionale, alla difesa di un modello sociale di solidarietà, a un modello policulturale di convivenza, a un ruolo di pace nel Mediterraneo e nella scena globale, a un diritto internazionale equo, a un rapporto non devastante con le risorse del pianeta, a una cultura anche internazionale dei diritti, non può accettare questa iniziativa di guerra.

 

Simone De Riccardis 18/09/2002



*Ad avvalorare queste considerazioni si riportano le dichiarazioni rilasciate dal Prof. Ugo Bardi dell’Università di Firenze:

“Molto è stato detto sulla questione della possibilità per l'Iraq di sviluppare armi nucleari, e molto di quanto è stato detto è contraddittorio. Al di la' di queste dichiarazioni e affermazioni contraddittorie, ci possiamo domandare se e' effettivamente possibile che un paese come l'Iraq possa costruirsi armi nucleari. Che sia possibile farlo anche per un
paese povero è dimostrato dal caso del Pakistan, ma per l'Iraq dobbiamo ovviamente tener conto della storia recente e del fatto non contestato che le ispezioni dell'ONU hanno controllato e confermato la distruzione di tutti gli impianti nucleari Iracheni, almeno fino al ritiro degli ispettori nel 1998. Si tratta, in sostanza, di considerare la possibilità che a partire da quella data, ovvero in meno di quattro anni, l'Iraq abbia potuto ripartire con un programma di sviluppo di armi nucleari che lo abbia portato a essere "prossimo" alla realizzazione di una o più testate utilizzabili. Teniamo conto in queste considerazioni che l'Iraq è un paese le cui infrastrutture sono state distrutte al tempo della guerra del golfo, un paese impoverito e ridotto praticamente alla fame da 11 anni di sanzioni e le cui importazioni di qualunque cosa sono strettamente controllate.
Cio' detto, ci sono solo due modi possibili in pratica per fare una bomba atomica: o con l'isotopo 235 dell' Uranio oppure con il plutonio. L'U-235 si ottiene a partire dall'uranio naturale attraverso un processo di arricchimento, il plutonio si ottiene dalle scorie dai reattori nucleari. 
L'U-235 esiste nell'uranio naturale in piccolissima quantità (circa lo 0.7%), separarlo richiede tecnologie estremamente sofisticate e costi spaventosi (incidentalmente, la scoria della separazione è quell'uranio "impoverito" usato per proiettili e bombe convenzionali). In primo luogo, sviluppare questa tecnologia in pochi anni è impensabile per un paese come l'Iraq, anche se potesse accollarsene i costi. In secondo luogo, ci vuole l'uranio da raffinare. Per fare una bomba atomica ci vogliono un certo numero di chilogrammi di uranio 235 puro (non si usa dire esattamente quanti, anche se poi lo sanno tutti) diciamo comunque che per fare una testata atomica bisogna partire almeno da qualche tonnellata di uranio, parecchie tonnellate sono necessarie per test, prove e per farsi almeno qualche testata di scorta. Non c'è uranio sul territorio iracheno, per cui dovrebbe essere tutto importato e sicuramente sarebbe una cosa ben difficile da nascondere. Il secondo modo per fare una bomba nucleare consiste nell'utilizzare plutonio. Questo è sotto molti aspetti più facile. Anche se il plutonio non esiste in natura, viene continuamente creato nelle centrali nucleari e fa parte delle scorie. Il plutonio è separabile da queste scorie con un processo che, seppure complesso, è più semplice di quello necessario per arricchire l'uranio naturale. Questa è una delle ragioni principali che hanno portato tanti paesi ad accollarsi i costi di sviluppare centrali nucleari cosiddette "civili". In realtà produrre energia elettrica con le centrali nucleari non ha nessun senso dal punto di vista economico, la ragione principale per le quali si fanno è la scoria di plutonio che producono, utilizzabile un giorno o l'altro per fare armi. Anche l'Iraq stava costruendo un impianto nucleare, sicuramente con questo scopo, impianto che però è stato ditrutto nel 1981 da un raid israeliano. Una centrale nucleare non è cosa che si possa nascondere in una cantina o in una caverna, soprattutto se deve essere di dimensioni tali da produrre sufficiente plutonio per le bombe. Non è semplicemente pensabile che l'Iraq possa averne messo in piedi una in quattro anni, per non dire di riuscire a tenerla nascosta, a procurarsi il combustibile, a mettere su gli impianti di separazione del plutionio, eccetera.

Concludendo, è ovvio che non si può negare in termini assoluti la possibilità che ci siano bombe atomiche in Iraq. Risulta però da queste considerazioni che gli impianti necessari sono praticamente al di la della portata di un paese come l'Iraq e che comunque questi impianti sarebbero su una scala tale da essere facilmente rilevabili sia da satelliti come da ispezioni al suolo. Appare chiaro dunque come di tutti i paesi del pianeta l'Iraq è quello dove è più difficile pensare che si possa fabbricare una bomba atomica.”

 INTERVENTI:

Ciao,

 ho letto con attenzione e interesse l'articolo dell'agorà di Simone e anch'io sono perfettamente d'accordo con lui sul tema della guerra verso l'Iraq.

Non vedo motivazioni logiche che possano avvalere le tesi americane, ma solo una grande ostinazione e un gran risentimento da parte di Bush verso Saddam.

Bush vuole semplicemente finire ciò che suo padre non ha portato a termine e lo vuol fare a qualunque costo, anche calpestando l'ONU e tutti paesi aderenti la Nato. Non sono assolutamente d'accordo con chi dice che è necessario per combattere il terrorismo. L'ONU farà i dovuti controlli e verificherà se Saddam ha ancora delle armi per poter far del male e attentare alla vita di qualcuno, anche se anch'io sono fermamente convinta che tra l'embargo e la guerra sia molto difficile che possa farlo. Bush sta farneticando e le sta provando tutte per ucciderlo.

Spero che qualcuno intervenga e faccia smettere questo pazzo!!

Ti sembrerà strano, ma io sono di destra. Finora ho ritenuto e ritengo ancora che a volte le maniere forti servano con determinate persone, ma ora non mi sembra proprio il caso. Se la destra appoggerà questa folle decisione credo che non voterò + nella mia vita, perché non so + cosa sia la politica. Ieri ho saputo che Mike Buongiorno probabilmente verrà nominato senatore a vita, mi stava venendo il vomito e scusa la parola...........ma dobbiamo continuare a pagare questi buffoni????

Buona rubrica.

Antonella

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